Recensioni

Forse è così che suonerebbe il sabato sera una band di punta se esistessero ancora le taverne medievali. Sarà la suggestione delle illustrazioni associate al progetto o il titolo, The Scholars, che colloca in un tempo indeterminato il college fittizio di cui si racconta, ma il nuovo disco dei Car Seat Headrest risulta fin dal primo ascolto diviso fra passato e presente: dai riferimenti moderni che si affiancano ai rimandi spirituali e religiosi, fino al mix di influenze che toccano il prog e il rock degli anni ’70, i synth degli anni ’80 e il sound sporco stile ’90, attraverso la convivenza di strumenti acustici e chitarre folk con l’elettronica e il digitale.
The Scholars è un concept album che si appoggia alla dimensione del musical e ripropone l’essenza dei primi lavori – Teens of Denial (2016) e Twin Fantasy (2018) – arricchendosi delle conquiste ottenute tramite le sperimentazioni di Making a Door Less Open (2020). Qui viene confermato il talento di Will Toledo per la creazione di melodie orecchiabili, ma la scrittura si fa più matura e meno diaristica, ormai sfrondata dell’eccesso, e i lyric sheet che accompagnano i brani tornano all’abbondanza e all’oscurità originarie.
Se i testi, infatti, sono meno “strabordanti”, non si può dire lo stesso dei rimandi inter- e intra-testuali, né della struttura delle canzoni. The Scholars punta alla coralità, alla rappresentazione epica e, in quanto tale, sfiora più volte l’eccesso: si pensi anche solo alla durata delle tracce, che in tre casi si aggirano sui dieci minuti e in un caso si avvicinano ai venti, in una tendenza tutt’altro che estranea ai progetti passati ma qui decisamente più marcata. Tuttavia, Toledo si dimostra abile (o lungimirante e furbo) nel tamponare questi eccessi: spetta a un libretto il compito di raccogliere tutti i dettagli sui personaggi dei brani, sulle loro storie e sui riferimenti oscuri che le punteggiano. Solo leggendo quelle pagine emerge la dimensione narrativa dell’album, che altrimenti rimane nascosta dietro un insieme di canzoni fruibili in un’esperienza più diretta. Ciò non significa che The Scholars non funzioni su entrambi i piani: l’insistenza su temi ricorrenti favorisce la compattezza e il coinvolgimento emotivo, anche a netto del libretto.
Gli argomenti sono quelli tipici della vecchia discografia e tanto apprezzati dal pubblico adolescente: la crescita e le difficoltà della vita adulta – ben rappresentate in The Catastrophe (Good Luck With That, Man), una traccia upbeat che punta sul garage rock, con qualche influenza dei Pixies e dei Beach Boys –, la morte e il ruolo dei ricordi, simboleggiati nella rock ballad anni ’80 CCF (I’m Gonna Stay With You) da un intreccio di cori che come le onde portano regolarmente a riva il passato. Non mancano poi riferimenti al rapporto con i genitori, o in generale con gli adulti, che brancolano nel buio quanto i più giovani.
La compattezza dei temi, però, non allontana del tutto il rischio rappresentato dall’estrema varietà di influenze musicali. Lo dimostrano due canzoni che dovrebbero essere simili per ruolo (entrambe tracce molto lunghe, colonne portanti di questo progetto strutturato) ma che finiscono per generare un effetto opposto: Gethsemane è il vero cuore dell’album, e procede con naturalezza intrecciando i rimandi già comparsi nella prima metà del disco, Planet Desperation invece è un brano poco compatto, che parte con una citazione diretta al glam rock di Ziggy Stardust, aggiunge chitarre massicce e sporche alla formula, poi si trasforma in una ballad al pianoforte e infine inserisce qualche sprazzo di elettronica e di cantato pop.
Questa penultima traccia, insomma, mette molta carne al fuoco, forse troppa, e l’effetto collage è così forte da far sembrare la conclusione del disco forzata. Ciò è confermato da True/False Lover, in cui il gancio in salsa synth agli ultimi versi di Gethsemane (“you can love again, if you try again”) non basta a convincere della coerenza della chiusura, né risulta soddisfacente l’improvvisa banalizzazione del sottotesto narrativo e la scomparsa della complessità dolceamara degli inizi.
Il fatto che questi difetti si concentrino nell’ultima parte del disco fa comunque sì che l’ascolto sia piacevole e che il lavoro segni un passo in avanti nella carriera del gruppo, fin dall’inizio tentato dalla creazione di un concept album – si ricordi che Teens of Denial aveva già accolto una mini-trama, che ogni tanto faceva capolino fra le tracce. “A series of simple patterns slowly build themselves into another song, I don’t know how it happened” recita il testo di Gethsemane, e la frase rappresenta perfettamente la scrittura dei Car Seat Headrest. La musica a volte inciampa e apre la strada a nuovi sviluppi, e anche se i risultati non sono sempre esenti da ridondanze è chiaro che questo cammino doveva essere percorso.
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