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6.6

Rest In Space, secondo episodio della formazione veneta, mostrava un electro-wave rubata agli Ottanta dei Depeche Mode su rimembranze Devo. Una via di fuga plausibile tutta fisicità e immediatezza in cui i sintetizzatori e le chitarre trovavano il modo di dialogare vicendevolmente senza scadere mai in pose gratuite. Ground Lift continua sulla falsa riga di quel disco, tra ipotetiche saghe spaziali degne del krautrock più fantasioso – tutto l'immaginario dietro alla ragione sociale del gruppo – e una musica che si fa ancora più corposa e invadente. Con una ragnatela di synth sempre più strutturata che complica ulteriormente le geometrie prendendo alla fine il sopravvento sulle chitarre.

Diversamente da formazioni come gli Aucan – analoghe per caratteristiche generali ma diverse nello stile – i Captain Mantell scelgono lo scontro frontale concentrandosi meno sui dettagli, la timbrica e la contaminazione e più su cavalcate sintetiche à la The Faint. Il risultato è un disco energico, ben suonato, ma che non aggiunge molto a quanto già si era ascoltato in passato.

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