Recensioni

6.6

Probabile che non ascolterò più un disco allo stesso modo grazie al post-rock, ma è altrettanto probabile che non avrò più tanta voglia di ascoltare un disco post-rock. In effetti, il post-rock ha bruciato da tempo il suo appeal, e non c’è da stupirsi, essendo stato più una convergenza sentimentale piuttosto che un apparato di convenzioni stilistiche. Un vaccino, un rito di passaggio, un nuovo livello di consapevolezza, un ground zero per ripartire uguali e diversi. Questo per spiegare perché non mi andava molto di recensire l’esordio su lunga distanza dei cosentini Camera 237, che proprio a quello pseudo genere dichiarano esplicitamente di rifarsi. Però, un po’ per la citazione kubrickiana della ragione sociale, un po’ per il nome di Fabio Magistrali tra i credits, mi si è squagliata ogni remora. Al Magister è infatti affidata la produzione artistica di questo Vectorial Maze, che suona con quel tipico misto di flagranza e nitore che è un po’ il suo marchio di fabbrica. Ma è chiaro che lui è solo un “principio attivo”: ingredienti e abilità ce li mette la band, che dispone quindi nove “camere” torbide e accorate, nove situazioni dalla struttura piuttosto prevedibile (meditazione, sospensione, crescendo e deflagrazione nelle combinazioni canoniche) ma dal cuore vivo, palpitante.

E’ un merito notevole: se da un lato non riescono – sembrano quasi non provarci neppure, sembrano esteticamente disinteressati a farlo – nell’impresa di restituire urgenza al “genere”, dall’altro fanno scorrere entro questi argini flussi sonici struggenti, intensi, pervasi di un fascino assieme austero e amichevole, scontroso e febbrile. Dando l’impressione di controllare tutto con un’autorevolezza al limite della solennità. Potrebbero sembrare dei Mogwai – tolti quintali di furia – alle prese con un repertorio apocrifo Red House Painters dopo un periodo sabbatico passato a metabolizzare certa black music a cavallo tra sessanta e settanta (!). Ovvero, è un crogiolo fumigante e visionario, una processione di iridescenze drammatiche, un incrociarsi di arpeggi e ugge matematiche e ostinati ritmici e folate psych. Tra i pezzi, citerei su tutti r_rum/rvm, indefinito congegno wave-soul tra loop robotici, sincopi dense, raffiche marziali e pennate sospese. Meritano senz’altro citazione anche il valzer di lucciole malinconiche tra sussulti medievaleschi imbastito da camera n° 55, o la lenta eruzione funky in coda a camera n° 77, o il noise spampanato (circa Sonic Youth) tra spiattate selvatiche di camera n° 77 (parte b), e ancora le vibrazioni sornione/minacciose di camera n° 11.

Così, tra riverbero e nitidezza, irruenza e ristagno, narcosi folk-rock e ipotesi jazz-soul, precipizi emotivi e oasi sciroppose, germogli indolenziti e farragini “ambientali”, il post rock dei Camera 237 si offre come un’architettura poeticamente devitalizzata ma vitalissima nella forma. La sostanza segue a ruota. Ragion per cui, chapeau.

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