Recensioni

Tutte la più grandi band di prog rock hanno puntato su un cantante, spesso frontman a tutto tondo, di primo piano. Proprio a dimostrare l’eccezionalità del genere, dove nessun ruolo poteva essere di ripiego. Tutte tranne i Camel.
Il cui nucleo affronta la prima esperienza professionale come back up band del cantante – appunto – e cantautore Philip Goodhand-Tait, col quale incidono I Think I’ll Write A Song, pubblicato nel 1971. Andy Latimer alla chitarra, il bassista Doug Ferguson e il batterista Andy Ward, non soddisfatti dell’impiego, imbarcano Peter Bardens (già con i Them di Van Morrison e due album a suo nome: The Answer del 1970 e Peter Bardens del 1971) e si mettono in proprio col nome di Camel, dopo un primo concerto come Peter Bardens’ On per onorare un impegno precedentemente preso dal tastierista. Nell’estate del 1972 i quattro firmano per MCA, che a metà agosto li manda in studio per registrare l’omonimo debutto pubblicato alla fine di febbraio dell’anno seguente.
Benché sia solo il primo passo, ma contenga già una manciata di brani che fanno intravedere le doti della band – Mystic Queen, Six Ate, Curiosity, e soprattutto Never Let Go e Arubaluba, che diventano classici della band sul palco – “Camel” non vende abbastanza per un seguito presso MCA, che lascia libero il gruppo. Ma se la sede londinese della potente label americana non ha fiducia nel quattro ragazzi, Geoff Jukes e Max Hole di Gemini Artists la pensano diversamente: non solo fanno loro da management, ma non appena inaugurano Gama Records (distribuita da Decca) offrono loro un contratto discografico e la possibilità di incidere il seguito del debutto, che arriva nei negozi il 1° marzo 1974.
Mirage, il titolo che si concretizza in una copertina che desta le ire della ditta produttrice di sigarette omonima alla band pronta alla querela, prima che la stessa si ravveda intuendo la bontà dell’accoppiata musica rock/fumo e al contrario arrivare a sponsorizzare il gruppo, prende forma nel novembre del 1973 negli studi Basing Street di Londra, prodotto dal David Hitchcock che aveva già lavorato magnificamente, tra gli altri, con Caravan e Genesis per quel capolavoro che è Foxtrot.
Non hanno un vero e proprio vocalist, i Camel, semplicemente perché non ne hanno bisogno: Latimer e Bardens si alternano al microfono nelle breve parti cantate in maniera accettabile, dato che il pezzo forte della band sono gli irresistibili scorci strumentali. Ma i due si dividono equamente anche i doveri di scrittura quanto lo spazio sonoro che, da formidabili musicisti quali sono, e non solo tecnicamente, fa dell’equilibrio delle parti, insieme al gioco di incastri tastiere/chitarra, il principale pregio dei Camel.
Alla band piace esprimersi sulla lunga durata: Lady Fantasy, divisa in tre segmenti, ricca di chiaroscuri, impennate e decelerate, e accreditata a tutti e quattro i musicisti, si candida come il più intricato brano del repertorio e uno dei preferiti dai fan fino a oggi. Earthrise, che completa il lato B, non è meno avventurosa, insieme a Nimrodel/The Procession/The White Rider dalle suggestioni letterarie (Il Signore degli Anelli), che troveranno massima realizzazione nel concept The Snow Goose del 1975 (da un lavoro dello scrittore Paul Gallico), al fiammeggiante opener di Freefall, e allo strumentale Supertwister, che nonostante sia composto da Peter Bardens, rappresenta una magnifica vetrina per la bravura di Andy Latimer anche al flauto. Con il rumore di quella lattina di birra stappata e versata – in iperreale effetto stereo sul finire del pezzo – che offre proprio idea dell’ambito miraggio di chi si trovasse nel bel mezzo del più assolato dei deserti.
La rivista inglese Beat Instrumental elesse Mirage album del mese, e in genere la critica fu dalla parte della band. Ma il sostegno più grosso venne dal seguito dei fan che cresceva, o fidelizzava, in seguito a una presenza live sempre più cospicua ed esaltante. Bastò a far conquistare alla band la fiducia di Deram/Decca, nonostante le vendite superiori a Camel ma non decisive per mettere in salvo un contratto (facendo meglio in USA che in patria, fino al n° 149 della classifica di Billboard): i discografici intuirono che valeva la pena insistere sul gruppo e i Camel avrebbero fatto breccia e numeri più favorevoli.
Il 1974 era l’inizio della fine degli anni d’oro del prog rock. I Camel salivano a una stazione intermedia da un treno partito molto tempo prima che stava rallentando. Eppure con Mirage incarnano lo spirito più puro del genere, senza tentennamenti, ingenuità o scorciatoie. Nel loro corredo genetico, nella loro visione personale, ci sono bravura tecnica, solidità compositiva, ma soprattutto totale dedizione alla dea Musica (forse la band più attenta all’equilibrio della composizione, al di là dei personalismi e soprattutto col passare degli anni, insieme ai Genesis) e alla causa del rock progressivo. Una filosofia che porteranno avanti come una missione e con sempre più evidente convinzione, senza smettere di sventolarne orgogliosamente il vessillo laddove col passare degli anni e delle mode il prog rock andava, per dirla con una hit che inaugurava il nuovo decennio in modo alquanto profetico su molte cose dell’arte e della società in generale, “fade to grey”.
Sempre sé stessi nonostante i cambi di formazione (forzati anche da eventi drammatici) e gli anni difficili, i Camel hanno perseguito la loro ricerca artistica (quasi) partendo da un “miraggio”, proseguendo per un viaggio lunghissimo, rigoroso e coerente come pochi altri.
Amazon
