Recensioni

“Calvin Johnson Has Ruined Rock For An Entire Generation” dichiarava il sornione Alan Licht nel ’94, intitolando così il suo primo 7” solista. Ora alcuni dei frammenti di quella generazione (Phil Elvrum / Mount Eerie, Jona Bechtolt / Little Wings, Johnny Jewel / Glass Candy, Adam Forkner / Yume Bitsu, Mirah e membri di The Blow, Chromatics…) riemergono a fianco del loro carnefice (o dirsivoglia produttore, in quanto padrone della K Records) a celebrare quella rovina, colorandone il recente parto discografico – o imbrattandolo quantomeno – sì da riempirne gli scarni chiaroscuri.
I contorni dei brani sono lineari e netti come non mai, ma sono le tinte contenute a non tornare…come un album da colorare per bambini completato con pennarelli amabilmente invertiti: figure con la pelle blu e i vestiti rosa, l’erba arancione ed il cielo verde; così il freakbeat baritonale di Rabbit Blood è guidato da un fagocitante basso anziché dalla chitarra; la potenzialmente perfetta crooner-ballad I’m Without, che ti aspetteresti debitamente arrangiata, si sostiene invece a mo’ di gruccia su un beat minimo, occasionalmente doppiato da un sax che allude ma non si spende come dovrebbe, mentre l’indolente canzoncina Your Eyes si gonfia inaspettatamente di echi twangy ed overdubs. Spiazzamenti che si ripetono nelle percussioni etniche – sorde ma ipertrofiche – di Elvrum in quella che sarebbe altrimenti la canzone più classica del lotto: Deliverance, o nell’accoppiamento jingle-jangle / beatbox della conclusiva When You Are Mine. Spiazzamento anche nell’incocciare, fra tante stramberie, su una canzone splendida e finemente lavorata come la struggente e fascinosa I’m Down.
Before The Dream Faded – come l’omonimo disco postumo dei Misunderstood – sembra un manufatto proveniente da un’altra epoca, quando la dottrina DIY era sincera e non pretestuosa e Johnson ne era lo sciamano (un paradossale Morrison anti-epico, come si svela in Red Wing Black), che sporcandosi di contemporaneità si traduce in un album policromatico e brillante – per quanto inguaribilmente povero – in netta antitesi rispetto al precedente What Was Me, nel quale Johnson sembrava invece un monolitico Johnny Cash indisciplinato e senza mezzi. Testamento storico e piacevolezza dell’ascolto, questa volta, passeggiano a braccetto senza vergogna.
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