Recensioni

E’ sempre bello quando un disco ti mette in difficoltà nello scriverne, ancor più quando la complessità e le suggestioni messe in campo risultano di non immediata traduzione in concetti, influenze e citazioni, a fronte di un ascolto che suggerisce tutto il contrario, ovvero fruibilità e naturalezza. Del resto, ogni disco porta con sé un contesto, e né Arpo né il precedente album lungo di Joe Seaton Suzi Ecto sfuggono alla regola. Questi ultimi, ad esempio, rientrano nel filone delle eccellenze elettroniche che hanno messo un piede (o anche entrambi) fuori dal dancefloor per guardare nell’intorno dell’IDM dei 90s (vedi Lee Gamble, Objekt e altri) non come stranger thing a cui ritornare nostalgicamente all’infinito, bensì come punto di partenza per (re)immaginare in libertà lo spazio sonoro, utilizzando nuove tecnologie e pensando a nuovi ineffabili mix tra ritmi, umori e ambient(i). Nello specifico, Seaton, complice anche l’intervento del padre (oboista e clarinettista, musicista dixieland e pittore) richiede attenzioni particolari, vuoi perché risulta slegato dai filoni e dai trend del momento (per una volta niente concetti come antropocene, ecosistema, black mirror, musiche post-genere e ricerche di anti-climax), vuoi perché ha apparecchiato 11 componimenti tutt’altro che banalmente associabili a una formula, proprio perché queste tracce, come quelle dell’ultimo lavoro di Laurel Halo, vanno gustate forse più con gli occhi che con le orecchie. Il mix di campionato ed elettronico, i misurati effetti e le note ai synth (come quelle dei fiati) s’incastrano in calcolate libertà, pennellando a mandate generose il cuore di un’opera sognante e immersiva, non di meno pensosa e familiare, a cui non manca nemmeno quel tocco di severità che è lì per spalancarti la vista e richiederti ancor più attenzione (e rispetto).
Più che alle copertine dei suoi dischi (da lui stesso curate), vien da pensare a una versione fururista e totalmente astratta della notte stellata di Van Gogh per immaginarci il corrispettivo visivo di queste tracce: ultramarino, blu cobalto, giallo indiano e zinco sono i colori a olio condotti sull’immaginifica tavolozza che unisce i puntini tra mistica e pragmatismo. A richiamare l’orologio del tempo – che rappresenta il trait d’union tra tutte queste produzioni e la pista da ballo – pensa il bass(o), usato qui in modo più nervoso e pulsante, lì puntellato appena come bulboso cuscinetto à la Orb e KLF, oppure ancora, come accade in Korals, usato con sobrietà autechriana (il riferimento è al primo disco lungo, non ai successivi).
Il titolo del disco fa riferimento/omaggia il fratello “muto” nonché arpista autodidatta dei Marx, Harpo (c’è una H in più ma il senso è quello). Ed è una citazione sublime, l’aggiunta di un tocco di sorniona romanticheria, assieme a un bucolico omaggio al cinema muto, l’elemento di cui un’opera come questa può fregiarsi al pari di una confezione diabolicamente labirintica. E’ un disco questo che il suo autore ha pensato anche come momento di decompressione dopo una club night, nei momenti in cui euforia e contemplazione s’incrociano e sfocano a vicenda, ma c’è decisamente molto di più qui dentro che ti spinge a riascoltare queste tracce trovando ad ogni passaggio nuove sfumature e suggestioni. Merito anche della perizia con la quale sono state architettate le texture sonore – ricchissime – degli interventi ai fiati (mirati e mai invasivi) e di tutta una costellazione di note incredibilmente seduttiva e in equilibrio tra affetti, ricordi e distanze siderali.
E’ in definitiva su dialettiche quali familiare/scientifico, carillon/cosmologia, calore/ghiaccio che Arpo regge il peso degli ascolti, rivelandosi in tutta la sua magnificenza. E’ pura sinestesia e incanto.
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