Recensioni

7.4

Mi piace la natura quando fa drizzare la schiena. Di fronte alla sua grandezza, i polmoni si riempiono, i muscoli si risvegliano. Si corregge la postura tipica della città, e tirandosi su, anche la fronte guarda più lontano verso l’orizzonte. In questo inverno umido e glaciale, una particolare energia è scoppiata grazie a un suono estasiante e complesso di tamburi, chitarre, sintetizzatori e voci vaporose. Dopo una lunga pausa di cinque anni, gli ex Vadoimessico oggi Cairobi sono tornati con un album omonimo che segna l’inizio di un nuovo percorso. Non ci sorprende più di tanto che i membri della band provengano da diverse parti del mondo. Dentro questo gioiello di psichedelia e funk, ci sono tutte le tradizioni rituali del Messico, i colori italiani, la grazia francese.

Autoprodotto, scritto a Berlino e registrato in giro per il mondo, il debutto dei Cairobi nasce dalle continue emicranie tedesche di Giorgio Poti, paroliere, voce e chitarra del gruppo, (oggi alle prese anche con un progetto solista con il moniker Giorgio Poi) che lo hanno portato a scrivere buona parte del disco in uno stato di sonnolenza e trance che ritroviamo nell’ipnosi sensoriale e psicotica delle tracce più sperimentali dell’album. A metà tra un quartetto jazz, un combo psych-pop e un progetto dream, i Cairobi, risorti dalle proprie ceneri, possono contare su un elemento ben preciso che troppo spesso i gruppi non hanno: il groove. Ecco, i Nostri sono quattro corpi in preda al suono, ci sono solo loro e il ritmo in una dimensione sicura e istintiva. «Musica folk per un popolo che non esiste», dice Giorgio Poti del suono della band: oggi quel popolo oscilla e curva, in una costante tensione verso l’esterno, pronto a lasciarsi inebriare da questa nuova tensione ritmica.

L’apertura affidata al sax tenore di Habitat è uno scherzo jazz di trenta secondi, che confluisce naturalmente nella sincopata e vibrante Gristly Words, dal riff chitarristico nebuloso. Una pioggia funky di wah-wah e synth organici illumina il sound malinconicamente brasilero di Step Aside, mentre le trascendenze fantasmagoriche percussive e armoniche di Ghost s’involano a colpi di synth e armonie double tracking, strizzando l’occhio alle influenze più italiane del quartetto. Menzione d’onore per la sezione ritmica, con Marrosu e Bernard rispettivamente al basso e batteria, che offre una base solidissima al suono corposo della band, con venature jazz davvero apprezzabili. Ipnotizza la sperimentazione in termini di melodia: dal funky tribale nineties di Saint, punto d’incontro fra gli Happy Mondays e la musica scozzese, alle poliritmie africane piacevolmente discrepanti di Zoraide, Cairobi incarna tutta la gloria psichedelica e narcotica che travolge i sensi senza stordirli, come una dolcissima droga priva di oscurità.

Il ritmo costante, le chitarre luccicanti e le voci sognanti di Lupo regalano un synth pop fresco e affascinante, una delle tracce più complete del disco. Il richiamo a Battisti è forte, ma non disturba nella sua ricerca di lussureggiante esotismo. La linea di basso è un barbiturico melodico che si mescola perfettamente alle percussioni e ai synth, vagamente à la Tame Impala ma senza quelle tonnellate di phaser e filtri distorti. C’è un sentimento cocente di nostalgia giovanile in questa traccia, di fughe dalla città, di strade piene di gente, che si riversa tendenzialmente in tutti i brani del disco, come un flusso di coscienza sonoro, fluttuante e pervasivo, una leggerezza intrigante in grado di farci ballare con la mente. Se il richiamo a band come Animal Collective si fa più forte nelle tracce sperimentali, e i Beach House lasciano qualche lieve traccia (l’intimismo di No Better Ending), i Cairobi che si immergono nel mondo pop, sembrano aver fatto il pieno di melodie e aperture battistiane, caleidoscopio spirituale di esotismi e psichedelia. Dalle atmosfere subacquee di casa T e l e p a t h テレパシー能力者 agli scherzi ipnagogici di James Ferraro, passando per gli spazi dreamy dei Galaxie 500, fino a ritocchi vaporvawe in stile 2814.

Il loro psych-pop si rivela infettivo, spalmato su pareti di fuzz intriganti e ritmi dispari. Non c’è niente nel panorama pop attuale che suoni altrettanto fresco e persuasivo; non ci resta che affondare nella dilatazione spasmodica e ipnotica di undici isole bellissime e inesplorate.

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