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E così, circumnavigato in due album l’intero emisfero del post-rock, i Caboto approdano sulle spiagge del jazz. Sia chiaro, non di pura svolta si tratta, bensì della naturale evoluzione di un gruppo in continua crescita, che da coordinate post-rock piuttosto classiche si sposta sempre di più verso una forma di musica più ampia, in larga parte strumentale ma impreziosita di un sapore quasi etno-jazz e di suggestioni visive. Le atmosfere del gruppo, in cui convivono matrice rock e dilatazioni jazz, sono sempre più cinematiche e onnivore. La padronanza tecnica del sestetto è fuori discussione, così come il fascino delle loro composizioni che utilizza un’ampia tavolozza di colori e sfumature: introspezioni catartiche ed esplosioni di chitarra, piani che riverberano, field recording d’origine maghrebina, tappeti di synth, vertigini strumentali e rarefazioni ambientali, sassofoni ora in sottofondo, ora free.
Colpisce inoltre un cantato inedito che si innesta su un crescendo strumentale (la title track) così come i numerosi rimandi a musiche mediorientali, che fanno pensare ai Caboto come a dei Tortoise mediterranei (il refrain di Hassan I Sabbah). La band, infine, sa essere anche scura e profonda come accade nella drammatica tensione di Timor Est (non l’isola), un’ossessiva e inesorabile piece in cui un ricamo di piano accompagna l’ascoltatore prima verso un oscuro baratro e poi alla catarsi finale. Ci siamo capiti, ogni brano contiene idee che riempirebbero un album intero. E Hidden Or Just Gone è il frutto di un gruppo maturo, in grado di mettere d’accordo i fan di King Crimson e Tortoise, etno-jazz e post-rock. Chissà che in un futuro prossimo questo piccolo scrigno diventi di dominio pubblico.
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