Recensioni

6.8

Vallo a dire, al tignoso ed esigente kritiko, che l’imitazione è la forma più alta d’elogio. Specie se proviene da dove mai diresti e – giudicando dall’ascolto – stenti a credere. Stoneking è australiano di origini americane, il padre uno scrittore che lo ha allevato in una comunità aborigena per un decennio fino al trasferimento a Sydney. Sin da ragazzino suona e canta ispirandosi al suo grande amore, un blues pre-bellico omaggiato in cinque LP e un indefesso peregrinare lungo il paese natale. Smuoveva qualcosa nel 2005 l’autografo King Hokum, ottenendo le lodi della stampa e un contratto sul vecchio continente con la Voodoo Rhythm, e lo  seguiva un triennio più tardi questo “blues della giungla” distribuito soltanto ora in Italia, mimesi a tratti stupefacente del Tom Waits annata 1985 però svuotata di ogni dramma e della poetica da bassifondi.

Sereno l’uomo, la musica lo segue, per quanto – trattandosi di mali dell’anima – si possa scivolare in un poco convincente ossimoro o in banali cartoline. Non accade, se, senza pretendere la luna, si apprezzano la confezione filologica e le deviazioni tra latinità (Brave Son Of America) e praterie (Jailhouse Blues, Talkin’ Lion Blues), siparietti “hot jazz” (la title-track) e visite a New Orleans (I Heard The Marchin’ Of The Drum). Il kritiko di cui sopra ha poco o nulla bisogno di una versione “light” di Rain Dogs, nondimeno ha trascorso un paio d’ore felici, e di ciò dev’essere grato a Mr. Stoneking.

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