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6.5

Buzz Kull è la sigla dietro cui si cela Marc Dwyer, genietto australiano con cuore, orecchie e cervello protesi verso i deliri suburbani della vecchia Europa di inizio anni Ottanta. E non c’è che dire, quella della sintesi è un’abilità che gli va riconosciuta al di sopra delle altre. Abilità qui magnificata dall’incontro tra sonorità darkwave, EBM, industrial e post-punk, e una scrittura che, come un mastice, tiene in piedi il tutto senza far pendere la lancetta verso il revival fine a se stesso.

A un anno di distanza da Chroma, debutto del moniker sulla lunga distanza dopo alcuni anni contrassegnati dal rilascio di singoli sporadici, ecco la seconda prova lunga dell’artista, nove brani saturi di synth, tastiere, drum-machine e tracce vocali iper-trattate. Il tutto avvolto da fitte e sinistre brume di matrice gothic e impregnato di sonorità sporche, ruvide, minacciose che per certi versi riportano alla mente i fumi degli Have A Nice Life di Unnatural World e – soprattutto – Deathconsciousness.

Niente di innovativo, per carità, ma va giù che è una bellezza. E alcuni episodi sono davvero degni di nota, a partire da quella Avoiding The Light che se fosse uscita nel 1981 sarebbe in rotazione ancora oggi nella Top100 di qualche radio nostalgia per il suo configurarsi come l’ideale punto d’incontro tra Soft Cell, primi Depeche Mode, Front 242, Nitzer Ebb, Tuxedomoon e sì, dai, mettiamoci anche il Battiato di Cuccurucucu. Il tutto, senza tralasciare il gusto per l’orecchiabile, come dimostrano anche le parimenti notevolissime Existence, Destination e Ode To Hate. Insomma, nell’attesa di un nuovo linguaggio, un ottimo ripasso di quello vecchio.

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