Recensioni

Bellissimo il programma di ristampe dei Butthole Surfers annunciato dalla Matador nel 2023. Dovrebbe coprire tutta la prima parte di carriera del gruppo di San Antonio. I texani dagli occhi a palla sono forse il frutto più strano maturato sull’albero della musica indipendente americana degli anni ’80. Un equivalente rock del durian, il famoso frutto tropicale che bisogna mangiare praticamente tappandosi il naso e che ci raccontano abbia una polpa dal sapore mutante tra note dolci e piccanti e una consistenza burrosa. I dischi dei Butthole Surfers hanno sicuramente un sapore complesso con note discordanti e più che puzzare sono pregni di un umorismo allucinato e dissacratorio, spesso scatologico un po’ infantile e un po’ pour épater les bourgeois. A proposito del loro esordio assoluto, tra un’immagine di copertina non esattamente edificante e titoli alternativi come Brown Reason to Live e Pee-Pee the Sailor bisogna saper andare oltre le allusioni tutt’altro che velate alle materie organiche meno nobili – o al contrario lasciarsene attirare – per scoprire delle perle esilaranti che sono state anche i primi mattoncini di una tanto memorabile e onorata carriera.
Il primo embrione del gruppo nasce nel 1981 da Jerome “Gibby” Haynes e Paul Leary, due compagni di college che nel tempo libero stampavano una fanzine divertendosi a raccogliere e riprodurre le foto mediche più raccapriccianti e scrivere testi surreali in cui si inventavano malattie sconosciute. Come band si chiamano in modi non meno strampalati finché un dj scambia il titolo di una canzone, Butthole Surfer, per il nome del complesso e li battezza per la prima volta con il moniker che li avrebbe resi famosi.
Butthole Surfers, o B.H. Surfers, come li presentavano a volte sulle locandine dei concerti in America, lì dove insegnano ai ragazzi a lanciare il napalm sulla gente ma non lasciano scrivere “cazzo” (in questo caso “buco del culo”) perché è volgare – diceva bene il Kurtz/Marlon Brando di Apocalypse Now. Ma i nostri vantano molto più del semplice nome più scurrile della storia del pop e affini (almeno fino a che non sono usciti gli Anal Cunt, sulle cui “prodezze” non è nemmeno il caso di soffermarsi; qui siamo ad altro livello, comunque).
Gibby Haynes, Paul Leary, King Coffee e i loro variamente acconciati e discinti sodali sono rimasti per anni uno dei live act più travolgenti di un underground duro e puro a cui da tempo si guarda con una certa nostalgia: una sorta di circo freak aperto a tutte le possibili provocazioni e stramberie tra film, fumo, fuoco, luci stroboscopiche, le trovate di Haynes e partner folli come la leggendaria performer Kathleen Lynch (aka “The Shit Lady”).
A parlare per loro come autori di musica è una progressione di LP le cui contorsioni sonore rimangono tra le più ardite e singolari di quel momento storico: Psychic… Powerless… Another Man’s Sac… ancora tutto ringalluzzito dal retaggio hardcore e dall’eco delle sfrontatezze post-punk di maestri come Flipper, Chrome, Pere Ubu, Devo, PIL, Gang of Four – capace di raccattare pure quadriglie, rockabilly e surf con la stessa bulimia per i generi che sarebbe rimasta come marchio di fabbrica insieme a una certa vena surreal-demenzial-anarchica; il suono psichedelico di Rembrandt Pussyhorse così dark e lontano dal revivalismo sixties che pure faceva furore anche nella scena alternativa; Locust Abortion Technician con le sue satire heavy metal e il noise-rock sempre stravagante; Hairway to Steven, addirittura delirio concept all’insegna di un acid rock claunesco e sinistro – ma a tratti persino elegante – dai pezzi intitolati con simboli e disegni come un cavallo che piscia. Tutti dischi da non mancare, com’è imperdibile l’inizio discografico di tutta questa storia.
Butthole Surfers, abbiamo detto, EP di debutto omonimo ma ribattezzato in alcune edizioni Brown Reason to Live e noto come Pee Pee The Sailor dall’illustrazione dell’etichetta del vinile presente sin dalla prima edizione, color marrone, dove si vede la caricatura di un marinaio che ha letteralmente la faccia come il culo, due natiche al posto delle guance e l’orefizio posteriore da cui fuma la pipa come se l’avesse in bocca (Pee Pee The Sailor vuole fare ovviamente il verso a Popeye The Sailor, il cartoon che noi chiamiamo Braccio Di Ferro). Per dare un tocco in più a questo umorismo così sottile, ecco il consiglio di suonare il vinile a 69 giri (ovviamente una boutade; da un lato all’altro dell’Atlantico esistono comunque versioni a 45 e 33 giri).
Questo debutto, così come il successivo Live PCPPEP, è stato pubblicato in origine dalla Alternative Tentacles. I Butthole Surfers entrarono subito nelle grazie di Jello Biafra che li vide in un concerto a San Francisco a cui arrivarono per il rotto della cuffia: colpa di un furgone malandato, che fece appena in tempo a portarli al locale prima di stramazzare definitivamente e diventare materia da sfasciacarrozze (sarebbe un cimelio, se esistesse ancora). Non sono ancora i Surfers nella loro formazione “classica” con due batterie (King Coffey e Teresa Taylor); lo stesso King Coffey, unitosi al gruppo in quel 1983, suona soltanto in due pezzi. Però sono già i pazzi che avremmo conosciuto e riconosciuto negli anni a venire.
Di band folli-demenziali-svalvolate-cacofoniche-strafattissime ce ne sarebbero parecchie nella storia ma i Butthole Surfers rimangono lo stesso un unicum. Anche di dischi così fuori di zucca ne erano già usciti diversi visto che di freak la musica pop americana (e non solo quella americana) è sempre stata generosa: gli anni sessanta tanto per dire sono un pullulare di irregolari della musica capaci di giocare con le sue combinazioni come bimbi un po’ matti, e la fine dei settanta tra punk, new e no wave non è certo da meno. Ma di dischi così in tutti i sensi, musicali e non, ne usciva giusto uno ogni quarant’anni. Perché sono almeno quattro i decenni da cui trae spunto il repertorio dei BS: punk, psichedelia, new wave, hardcore, folk, blues, perfino del jazz. Con qualcosa anche del music hall e dell’avanspettacolo. Tutti rimasticati in maniera famelica e onnivora, per poi rigettarli in pasto al pubblico alla maniera dei BS, degenerata e inclassificabile.
Il sonoro sberleffo hardcore che apre le danze è di quei capolavori inverecondi che solo un’accolita di menti malate può congiurare. Ed è un pezzo che gasa tantissimo, rimasto negli annali. Intanto il testo, tra i più esageratamente nonsense mai letti, con echi dell’Ecclesiaste in mezzo a un name dropping necrofilo e alla solita comicità escrementizia con tanto di accostamento blasfemo («There’s a time to shit and a time for God, The last shit that I took was pretty fuckin’ odd!»). E poi la musica, un botta e risposta di forma demenzial-responsoriale in cui le urla sguaiate e praticamente a cappella di Paul Leary – qui neanche troppo eccezionalmente alla voce visto che lui e Haynes si dividono il lavoro a metà – innescano ogni volta una cataclisma strumentale, una specie di delirium tremens collettivo dove la cosa più musicale è il tic-tic-tic-tic delle bacchette che dà il via per scatenare l’inferno: una sorta di tana libera tutti con gli strumenti impegnati a fare baccano libero oltre la soglia del dolore.
Hardcore quindi come bolgia rumorista e cacofonia concentrata a tutta forza e a tutto volume, in uno degli esempi più assoluti del genere (e che coincide di fatto, con una sua parodia). Oltre a The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave che è il pezzo di cui sopra, l’altro episodio breve, veloce e prettamente punk è Suicide, che ha una forma continuativa più da canzone, una specie di rockabilly comicamente accelerato.
È il Paul Leary chitarrista a prendere invece le redini di brani come Hey, un bolero saltellante e seconda zingarata in ordine di apparizione, con il passo nervoso dei Feelies e il ricordo, perché no, delle sfumature spagnoleggianti di certa West Coast anni ’60 (dai Love ai Doors). Musicista poco celebrato ma assolutamente efficace ed estroso quand’è dentro il suo elemento, Leary da fervente discepolo di “cattivi” (e quindi ottimi) maestri come Keith Levene e Roland Howard è sempre lui a ravvivare Bar-b-q-Pope e Wichita Cathedral – tra dondolii arpeggiati e (tanta) frenesia rumor-punkedelica – e a fare gazzarra con il sax di Haynes in Something, sorta di lobotofunk memore anche di certe lontane pagine zappiano-beefheartiane (che rimangono sempre sullo sfondo come uno dei tanti paesaggi di riferimento).
Tornando alle vette liriche di The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave, che cosa significa “sniffare le unghie dei piedi di Elvis quando mi voglio sballare” («I sniff on Elvis Presley’s toe nails when I wanna get high») diventa chiaro con l’ultimo pezzo in scaletta, intitolato “programmaticamente” The Revenge of Anus Presley, e che si riallaccia al delirio finale del primo pezzo: una sorta di boogie al rallentatore che ricorda i Flipper, con il basso ostinato di Bill Jolly – rimasto poco in formazione ma qui quasi sempre incisivo nella sua semplice ossessività – a disegnare la solita traiettoria ritmica ripetitiva su cui si abbattono un recitato sconnesso, suoni di chitarra allucinogeni e un’orda di rumori tra feedback, nastri al contrario, sirene, vetri che si spaccano. Altro baccano per il gusto sapido del baccano.
A un esordio spassoso e a suo modo profetico sarebbero seguite prove non meno audaci, sarebbero arrivati la Touch and Go, nuove incarnazioni della band, anni dopo addirittura un contratto major. Fuori di testa e diversi in questo caso non era un ritornello ma un dato di fatto. «There’s a time for drugs and a time to be sane, Jimi Hendrix makes love to Marilyn’s remains!» è un’altra delle perle che regala il testo di The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave. E forse è più probabile che Jimi abbia fatto l’amore con i resti di Marilyn piuttosto che ci sia stato un tempo in cui i Butthole Surfers sono stati sobri…
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