Recensioni

Era nell’aria, già da qualche tempo. I segnali dell’ultimo triennio, col senno di poi, parlavano chiaro. Due EP in solo, due collaborazioni – con Four Tet, Thom Yorke e Blackdown, non proprio degli sconosciuti – remix per Luke Slater e Charles Webster, una compilation retrospettiva che tanto poteva lasciar intendere un imminente calo del sipario quanto la volontà di mettere il punto a un capitolo per poi voltare pagina. Dopo questa insolita prolificità, qualcosa era dunque nell’aria. Ed è arrivato, in periodo natalizio come il miglior Burial ci aveva abituati (Truant/Rough Sleeper e Rival Dealer sto indicando proprio voi) il nuovo album – inspiegabilmente classificato come EP nonostante i suoi oltre 40 minuti di musica – del William più evocativo e inconfondibile d’Inghilterra dopo Shakesepare e Blake.
Antidawn, l’anti/contro-alba. Un’ode alle ore più profonde della notte, quelle che tengono svegli i cuori più ardenti e gli animi più sensibili, anticipato da una rara fotografia di un Burial incappucciato e mascher(in)ato sotto la neve, e annunciato come una riduzione a “soli vapori” della sua musica. E di fatto Antidawn è proprio questo, quintessenza burialesca allo stato gassoso: una sinfonia di synth, crepitii, rumore bianco, sample vocali, droning e field recordings. Con buona pace di chi pregustava il miraggio di un Untrue pt.2. D’altronde questa era una delle logiche evoluzioni del suo percorso artistico, specialmente del post-Untrue in cui ha esplorato i lati più robusti dell’ingombrante eredità dance britannica. Le recenti Rodent, Claustro, Chemz, per non parlare delle puntate in casa Nonplus e Keysound, sfoggiavano un Burial orientato come non mai verso il club (in cui si piange e si ha un groppone al petto mentre si balla, ma pur sempre un club). Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e allora cosa fare se non andare in direzione opposta? Passare dal pieno al vuoto, puntare il faro su quegli interstizi ambientali che certo, c’erano sempre stati fin dagli albori, ma, appunto, erano spazi sonori interstiziali. Antidawn è il definitivo rovescio della medaglia. Il personaggio non protagonista che va a prendersi il centro della scena. L’antimateria che pervade lo spazio.
D’altronde, la magia di Burial non è forse sempre stata soprattutto negli interludi ambientali che non nelle tracce ritmiche? Tracce come Night Bus, Forgive, In McDonalds, Dog Shelter, non sono forse quelle che condensano al meglio lo zeitgeist del debutto e di Untrue? Non erano in fondo proprio i vuoti, le pause, le stasi che scandivano tracce-suite come Truant/Rough Sleeper o Rival Dealer, a donar loro quell’ineffabile ‘effetto Burial’ che tanto abbiamo amato? Ebbene, adesso quei frammenti sono diventati il tutto. Il vuoto si è fatto ingombrante, un macigno dalla levità insostenibile.
Dal primo all’ultimo secondo, alle nostre orecchie si dipana una colonna sonora per film mentali che scorre continua, articolata in cinque tracce che avrebbero potuto benissimo essere dieci, quindici, o un unico flusso. Nei secondi iniziali di Strange Neighborhood una presenza femminile si schiarisce la voce, come a dire “attenzione prego, lo spettacolo sta per iniziare”. Da lì in poi è tutto un susseguirsi di tappeti ambientali, su cui sporadicamente irrompono slanci melodici – quasi sempre affidati all’organo – e, soprattutto, sample vocali. Sono loro i protagonisti, narratori anonimi (e pertanto universali) che ci guidano in quella che forse è la più toccante psicocartografia emozionale concepita da William Bevan. Stati emotivi e mondo esterno si con-fondono, nell’andirivieni di paesaggi sonori rarefatti, rumori bianchi e fruscii che si mischiano a suoni concreti, organi solenni e sample vocali dall’ineffabile mistero (chi è che parla? Da dove vengono queste voci? A chi appartengono?).
Certo, Burial ha l’accortezza di piazzare qua e là eruzioni ritmiche, forse per ricordarci/si da dove proviene o forse per il gusto perverso di disorientarci: ecco allora degli sparuti kicks far capolino da un’altra dimensione in Shadow Paradise tra un “let me hold you” e l’altro; l’impercettibile battito che alimenta New Love; la pulsazione che accompagna l’organo all’inizio di Upstairs Flat; e soprattutto, la sezione magica fra i minuti 8 e 10 di Strange Neighborhood in cui sembra di ascoltare la jam session dei sogni fra GAS, Philip Glass e Philip Jeck.
Ma, dicevamo, i guizzi di cassa battente non sono che parentesi in quella che la stessa press release definisce come «un’interzona fra patchwork songwriting dislocato» e inquietanti paesaggi sonori da videogioco. Un videogioco di fantasmi. Non i fisheriani fantasmi di futuri perduti o di rave dionisiaci, badate bene. I fantasmi del qui e ora, di un presente desolato («walking through the streets / nowhere to go») che tuttavia Burial riesce nell’impresa di non rendere desolante. Perché sì, pur nell’oscurità della contr’alba, pur nella sofferenza che ci attanaglia, c’è una luce di speranza («a light has come»), sembra dirci Burial. Anzi, proprio nell’oscurità («come to me my love / take me into the dark»), nella sofferenza («I needed just to get away / free, beyond everything»). Nella sofferenza comune, nel riconoscerci tutti irrimediabilmente fragili e soli. Soli, ma insieme, in un cerchio che si apre con il «you came around my way» posto in apertura, e si chiude con un «come near me», ultima frase dell’album affidata alle voci diafane, che a questo punto sembrano più angeli custodi che non minacciosi fantasmi. Fossimo in una sala concerti di musica classica, sul libretto troveremmo scritto concerto per coro d’angeli e paesaggi emotivi.
E non ce ne voglia Burial se, mettendo insieme i nomi delle tracce, imbastiamo una narrazione in cui scorgiamo proprio lui, il misterioso personaggio raffigurato in copertina (che sia un alter ego di Mr. Bevan?), intento a muoversi in uno Strange Neighborhood sul finir della notte (Antidawn). Seguendo un droning angelico il nostro character giunge nell’agognato Shadow Paradise, dove ad attenderlo c’è il suo New Love. Ed è qui che nell’Upstairs Flat potrà finalmente rifugiarsi per affrontare l’inverno, forte di un calore che proviene da dentro e che riesce a scaldare nonostante imperversi la tempesta di neve.
Superato il freddo iniziale, epurato l’ascolto da eventuali attese deluse, Antidawn saprà riscaldare a dovere chi avrà la pazienza di ascoltare fino in fondo e la dedizione di prestare attenzione. E se non vi emozionate neanche un po’ in questi quaranta e passa minuti – perché volevate i beat, perché “non c’è niente di radicalmente innovativo”, perché Burial “aveva fatto ambient anche prima”, perché “non succede niente” e simili motivazioni – se l’ascolto profondo di Antidawn non vi smuove (eppure dovrebbero bastare quel «my love, myyy looovee» a 8.07 di Strange Neighborhood e il gospel rarefatto del «let me hooold youu» su sfondo d’organo in Shadow Paradise a mozzare il fiato), allora, forse, come disse un famoso calciatore, avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore.
Amazon
