Recensioni

Una statistica mai rilevata ma sicuramente veritiera rivela che il post–Untrue di Burial è stato accolto in tre modi: (a) meglio il Burial fino ad Untrue; (b) meglio il Burial successivo (compimento di quanto già in nuce prima); (c) meglio il Burial successivo sì, ma a una certa anche basta, grazie. Untrue sarà anche iperbolicamente “l’album del secolo” (iperbolicamente, non dissennatamente), ma per molti – e noi siamo tra questi – il bello è arrivato proprio con il lento, monotono, microvariazionale stillicidio che ci è stato riservato dopo quel fatidico 5 novembre 2007, tra EP, singoli, compilation, ripescaggi, collaborazioni, sostanzialmente attese (nell’oscillazione tra massimi e minimi, pezzi semplicissimi eppure giganteschi come Lambeth, prima bootlegato ovunque, via Benji B, sul web e poi inserito in Hyperdub 10.4, e vere e proprie inevitabili autocaricature come l’ultimissimo Old Tape, su HyperSwim).
Su Burial e la sua evoluzione abbiamo detto ogni cosa dicibile, in questo preceduti e accompagnati da quelli che sono ormai dei testi classici della critica musicale degli ultimi tre lustri, tra Kode9, Fisher, Harper e Rey: il dubstep fossile del rave e fantasma della jungle, racconto in suono di un presente che reimmagina un passato che non ha vissuto perché si sente senza futuro, Burial innovatore paradossale, pittore impressionista intimista, scienziato di quella vocal science che in altre forme sarà ripresa dal James Blake cantautore. Per non dire dell’inseguimento a rotta di collo dell’anonimia, la caccia al nome, i post centellinati su MySpace (la storia di Burial è anche una micro-archeologia dei social media), i sospetti Four Tet e poi il selfie, il forse–coming out. Ci siamo capiti.
La musica di Burial è cambiata come una pangea al ralenti: senza negare un isomorfismo di fondo, si è andata espandendo e aprendo, complicando, mostrando che si poteva dire e fare la stessa cosa in maniera lateralmente differente. Basta vedere il gioco dell’avvicendamento dei tag di genere su Wikipedia. La prima voce dedicata a Burial è datata gennaio 2007, sono due righe appena, eccole: Burial is the working name of an anonymous musician from London working in the genre of dubstep. His eponymous debut album was released in 2006 to critical acclaim. Dopo Untrue e la faccenda Mercury Prize (settembre 2008) i generi a cui il nostro viene ricollegato sono ancora soltanto dubstep e – un po’ a sorpresa (ma i generi sono un ginepraio, lo sappiamo) – grime. Dopo Street Halo (marzo 2011; all’epoca, recensito per noi da Dariella degli Amari) le cose cambiano ancora, ecco che scompare il grime e che spuntano, oltre a dubstep, anche 2–step garage e ambient. Oggi la situazione è questa qui: Electronic, downtempo, dubstep, UK bass, future garage, ambient. Ci siamo capiti.
Questo doppio disco è una raccolta e quindi direi che non è il caso di lanciarsi in ulteriori pitchforkate. La sequenza presentata da questo che è il suo “Selected Dark Ambient Works 11–19” è semplicemente pazzesca, equamente divisa tra umori densamente emo – ora più rarefatti (Young Death), ora schioccati a mo’ di legnate sulle palpebre (Hiders e Come Down to Us, ovviamente, ma anche la dance 90 di Claustro, e su su su fino al treno hauntologico di Rival Dealer) – e una elettroacustica minimale, residuale, detritica – ora più tenue (State Forest, Beach Fires), ora più sottilmente insinuante (Subtemple) – che è perfetta per sonorizzare i ritrovamenti fangosi e romantici di London Mudlark. La memoria è quello che resta quando ci si è dimenticati praticamente di tutto il resto.
A un certo punto la continuità cui siamo stati instradati, a imbuto, fin dal primo pezzo si spezza e ripiombiamo malamente, a singulti, dentro al 2012: lo scheletro dubstep di Kindred, la build up emotamarra di Loner. Non voglio neppure tornare a chiosare il trittico finale, che è poi quello iniziale (Street Halo, Stolen Dog, NYC), ma mi fermo giusto il tempo per dire di nuovo di quel mezzo miracolo che è Rough Sleeper – qui saggiamente anticipata rispetto a Truant, per esigenze di continuità sonora di scaletta – in cui dalla desolazione un po’ noir dei vicoli della città emergono a un certo punto luci dalle ombre, disegnando, inattesi e abbacinanti, due minuti di bellezza e di gioia, spremuti da chissà quale recesso della memoria o della fantasia, prima di ricadere nella pioggia boke di un samurai solitario.
Il percorso di Burial è straordinario e riluce ancora di quella primigenia distant light con cui si è autoipnotizzato lui per primo ma il cui fuoco fioco seguiamo ancora pure noi, aspettando un giorno, in silenzio, con un sorriso da Gioconda, di poterlo abbracciare.
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