Recensioni

Dopo tre dischi prodotti in totale – Feels Like (2015) e Losing (2017) – e semi totale – SUGAREGG (2020) – autonomia, forte di un apprendistato cominciato alla corte di Steve Albini, Alicia Bognanno, oggi unica titolare della sigla Bully, ha affidato la produzione del suo ultimo album, Lucky For You, ad un’altra persona. Trattasi del produttore, e “vicino di casa” di Nashville, JT Daly – già all’opera con PVRIS e K. Flay – suggeritole dal suo manager in quanto suo grande fan.
Se sulla carta potrebbe sembrare una scelta bizzarra, nonché un notevole passo indietro nei confronti della propria autonomia artistica (qualcuno su Pitchfork non ha mancato di sottolinearlo in maniera eccessiva), in realtà è stata la stessa autrice a illustrarne i benefici collocandola all’interno di un processo di apertura di sé stessa al mondo, nel tentativo di lasciarsi andare di più e di provare a cedere in parte il controllo di una cosa molto personale come la propria musica, usata spesso a mo’ di valvola di sfogo.
La cantante non ha fatto mistero di soffrire di disturbo bipolare e di avere serie difficoltà nell’entrare in connessione con le altre persone:
Sembra banale ma [la musica] è una forma di terapia per me. Ho l’ADHD e sono neurodivergente, quindi ci sono cose che faccio fatica a comunicare, o sento di non riuscire a entrare in sintonia con le persone. Ho faticato a scuola, ho sempre pensato di essere un disastro, ma ora che sono più grande mi rendo conto che il mio cervello funziona in modo diverso. Quindi c’è molta meno pressione per essere chiari o sentirsi capiti. È un modo migliore di comunicare rispetto a una conversazione individuale, perché spesso non sono sulla stessa lunghezza d’onda dell’interlocutore. Tutto ciò che faccio in relazione a Bully è molto personale, ma mi va bene così e credo che la maggior parte delle persone che hanno seguito la mia musica lo sappiano e possano connettersi con essa in qualche modo
Alicia Bognanno, Guitar.com
Per questo Bully è sempre stata molto scettica sul fatto di lavorare con qualcun altro, ma l’approccio da fan di JT Daly l’ha aiutata a superare questo scoglio:
Dopo aver parlato con lui e averlo conosciuto, aveva già assistito a diversi spettacoli di Bully ed è un vero fan. Voleva solo accentuare le cose che gli piacevano, e ha davvero apprezzato l’autenticità del progetto. Non ho avuto la sensazione di lavorare con qualcuno che volesse cambiarlo, ma piuttosto con qualcuno a cui piaceva davvero e che voleva solo migliorarlo, mettendo in risalto gli aspetti che magari a me non fanno impazzire ma a lui, come fan, sì
Alicia Bognanno
Rispetto al passato ci sono degli ingredienti musicali nuovi, dall’introduzione del sintetizzatore all’uso dell’armonica, oltre ad un’abbondante dose di Ebow sulle chitarre. Ma in realtà, non c’è niente di sconvolgente nel nuovo suono di Bully, perché non inventa nulla, o come ha scritto qualcuno non inventa la ruota, ma la fa girare molto bene. Lucky For You è un disco diretto e senza fronzoli che ti travolge come un treno in corsa, 10 canzoni per 32 minuti di alternative rock in cui a farla da padrone sono sempre le chitarre che “puzzano” di anni ’90 lontano un chilometro. Il passaggio da Looks like a Smells like è un attimo e la sensazione di trovarci di fronte a una versione femminile riattualizzata del grunge riecheggia per tutto il disco: c’è la rabbia della prima Liz Phair mischiata alla giocosità delle Breeders, con un’alternanza di chiaroscuri e di ganci melodici a presa rapida che rendono l’esperienza di ascolto particolarmente immediata e coinvolgente dall’inizio alla fine. L’attacco di All I Do con cui l’autrice esorcizza il demone dell’alcolismo, a cui confessa di essersi piegata in passato, ti si pianta subito in testa, proprio come la scimmia di un vizio da cui si è riusciti faticosamente ad a uscire: “I ricordi pesanti affogano dentro di me / Non mi farò mai più incasinare […] Ho chiuso!” urla Bognanno rivendicando la propria ri-presa di coscienza.
Il resto del disco è incentrato principalmente sul trauma legato alla morte del suo adorato cane, una femmina di nome “Mezzi”, alla quale era molto legata – Ogni volta che scrivevo o registravo, Mezzi era sempre con me” – e che forse solo chi è cresciuto con un animale domestico negli anni della propria formazione può comprendere fino in fondo: È stata la mia migliore amica e la mia unica costante in alcuni dei momenti e delle fasi più importanti della mia vita. Non conoscevo il livello di amore che ora so che esiste grazie a Mezzi. Un “amore profondo” (Love Profound) come titola una delle canzoni più intimiste dell’intera discografia, che si rivolge direttamente a lei con alcuni dei versi più struggenti del disco: “Spesso, la dolcezza del tuo sguardo mi ha portato al giorno dopo” oppure “Mi pesa di più la tua mancanza d’interesse per le cose che un tempo amavi/ Immagino che le cose vadano così /Non abbiamo mai il controllo”.
Ci sono vari riferimenti al senso di perdita sparsi per tutto il disco, ma l’altra canzone esplicitamente diretta a Mezzi – Days Move Slow – costituisce indubbiamente uno dei brani di punta, tra i migliori pezzi rock di quest’anno, con un ritornello irresistibile:
And days move slow
I’m living in the same black hole
But there’s flowers on your grave that grow
Somethings gotta change, I know
I giorni che scorrono lenti e più in generale il senso del tempo che si dilata o si arrotola su sé stesso come nella rappresentazione degli orologi molli di Dalì è un concetto che ritorna costantemente per tutto il disco. La parola “time” è probabilmente quella più ricorrente nei testi dell’album, raggiungendo il suo apice in quello che è un po’ il verso manifesto del disco “Il tempo è solo un’inutile misurazione del dolore” – come dice Lose You, cantata in duetto con l’altra stella emergente dell’alt rock femminile Soccer Mommy.
A chiudere ci sono poi le due canzoni più politiche del disco, messe appositamente in fondo per evitare che andassero a sommergere tutto il resto. Ms. America e All This Noise, sono una lo specchio dell’altra, un dolore che prende allo stomaco e un pugno dritto in faccia, una ballata dolente e un urlo di rabbia. Sono due facce della stessa medaglia che raccontano la sensazione di disagio, insofferenza e frustrazione nei confronti del proprio paese, o più in generale del mondo, e delle sue disfunzioni, dal cambiamento climatico alla diffusione delle armi, dal sistema notiziario corrotto alla legge sull’aborto. È proprio il modo in cui viene toccato quest’ultimo argomento a lasciare il segno, se All This Noise urla “il mio corpo non è una tua scelta”, Ms. America racconta come la cantautrice sia giunta alla sua: “Tutto quello che volevo era una figlia / Ho fatto del mio meglio per crescerla bene / Ma il mondo intero ha preso fuoco / E non voglio insegnare a un bambino a combattere”.
“Che altro c’è da fare quando non si può sfuggire alle notizie?” si chiede alla fine di All This Noise, mentre Ms. America ammonisce “È difficile, quando la tragedia si abbatte, guardare il mondo che continua ad andare avanti/ Se stai andando verso il sogno, cosa vuoi che sia un altro incidente di percorso?”.
La cosa più incredibile per un disco che parla di perdita, dolore e sfiducia nel presente, è come il suono di Bully riesca a trasformare quella che sembra una resa in un grido di battaglia.
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