Recensioni

Prodotto dal leader dei Jennifer Gentle, Marco Fasolo (che ha anche suonato in un paio di brani), e registrato interamente in analogico al mixer e al registratore a nastro, il nuovo lavoro – il primo su La Tempesta – della coppia Adriano Viterbini/Cesare Petulicchio arriva a quattro anni dal precedente e fortunato BSB3. E anche se nel singolo di lancio E Tu? l’autopresentazione «noi in due suoniamo come in dieci» è perentoria, questo Vivi Muori Blues Ripeti è un disco dalla cifra corale che, oltre a beneficiare dell’apporto di vari musicisti esterni alla band, ha visto partecipare alla scrittura dei testi anche Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e Umberto Maria Giardini (ex Moltheni).
Senza rinnegare le radici garage/blues che li contraddistinguono, i due musicisti romani accendono nuova luce sul loro percorso aprendo squarci lisergici su un sound per niente chiuso alle influenze esterne, pur restando fedele alle proprie caratteristiche di base. Ne viene fuori un lavoro allucinogeno, fisico, carnale, urgente dal punto di vista espressivo, legato all’istinto ma riflessivo. Sono le dicotomie a farcelo apprezzare: quella tra astrazione e linguaggio diretto, analisi e cazzeggio, profondità e puro divertimento. Il quinto album dei BSBE affronta temi quali il viaggio, l’amore, la morte, il sesso e il desiderio, tra allusioni, doppi sensi («E adesso che stavo imparando qualcosa su questo paesaggio / tutti giù dal treno che è finito il viaggio» da La Donna è Blu, è metafora di un amplesso interrotto precocemente), ma anche spaccati per nulla banali e considerazioni sui significati più complessi.
L’apertura e l’ariosità di un progetto molto meno monolitico di quanto si possa pensare è testimoniata dall’ampio registro utilizzato: si va dal riff da film poliziottesco che precede un ritornello à la Zucchero sboccato e malizioso di Dove alle atmosfere orientaleggianti di Presto Sarò Chi Sono, passando per la ritmica sincopata e la coda noise di Calipso, i quattro minuti di pura goduria quasi math-rock di Allacci E Sleghi e la, ehm, striscia neopsichedelica di Coca. Non sarà forse il loro album migliore – per quello vi rimandiamo a Do It (2011) o all’omonimo (2009) – ma è quello che gli allungherà la carriera. E non di poco.
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