Recensioni

A due anni da Two Saviors Buck Meek fa il salto e pubblica su 4AD. Haunted Mountain, il terzo album del chitarrista dei Big Thief, esce per un’etichetta di primo piano per quanto riguarda il circuito major alternative, la stessa della sua band, e qualcosa vorrà dire. Meek ha alle spalle anche un paio di lavori – A-Sides e B-Sides entrambi del 2014 – condivisi con la frontwoman del gruppo, Adrianne Lenker che, come noto, è stata sua moglie fino al 2018. Va da sé che il songwriter texano abbia cercato fino a qui una collocazione e riflettori autonomi all’interno di un mondo, quello del folk contemporaneo, che ha nel frattempo visto la formazione diventarne punto di riferimento internazionale.
In passato il chitarrista e autore ha esplorato sia le declinazioni di un’americana vicina alle sue origini sudiste che un soft rock dal taglio ’70, nella nuova prova, registrata tra le alture di diverse montagne (sulla Serra da Estrela in Portogallo, sul Vulcano inattivo dell’Isola di Milos, in Valle Onsernone in Svizzera) la vena rimane la stessa, la potabilità è differente: chitarre elettriche e scorze rock aggiungono elettricità e amplificazione all’intingolo, aspetto quest’ultimo che farà sicuramente gioco per le prossime esibizioni live e i più ampi palchi destinate ad accoglierle (a proposito tre le date da noi a metà settembre).
Leggerezza in Haunted Mountain fa rima con intimità, come si confà alla prosa di un componente fondamentale nell’economia sonora dei Big Thief, i testi però se ne distaccano per taglio e angolazione. Tema ricorrente del disco, scritto anche con il contributo di Jolie Holland, è perdersi nelle proprie fantasie e sogni, nei sentieri di catene montuose, reali come immaginarie. Inoltre quest’album parla d’amore e d’amori, per la propria famiglia, per la natura e la stessa Lenker per la quale nutre tuttora un sentimento di “profonda amicizia”.
Colorature e contorni a tratti sono quelli del pop, lo stream of consciousness s’avvicenda a brani più strutturati, con strofe e ritornello. Una canzone sognante e senza facili concessioni alla radiofonia, fuori dal tempo, eppure dentro nuvole simongarfunkeliane (Mood Ring), qualcosa che respiravamo tanti anni fa in un supergruppo come i Traveling Wilburys (la title track). E c’è da dire che gira tutto piuttosto bene, vuoi per i testi, autobiografici ma sposati con la natura che li ha ispirati, ricchi di un fascino delicato e onirico.
Musiche e produzione non sono infine da meno, la sopracitata Mood Ring prende efficacemente a prestito le soluzioni impressionistiche dei Bon Iver tra ambient, psych e folk e un tocco elettronico sul lato dei ritmi, Paradise, al contrario poggia su pochi intarsi alla sei corde e fiammelle slide così come Secret Side su un rugiadoso piano. Cyclades è invece un folk rock a passo d’uomo, l’ideale singolo della raccolta (e anche il testo si presta bene), e Didn’t Know You Then un ideale contraltare, tra country agreste e soffici campanellini.
Semplicità, tradizione e linearità caratterizzano un lavoro ben strutturato che tuttavia concede spazio e libertà nelle parti strumentali: a una rockista Undae Dunes c’è sempre un prato d’arpeggi pronto ad accogliere propositi e scoperte (Where You’re Coming From), un letto per sognare (Lullabies) e perché no qualche Lagrimas. Il tutto si chiude, come una favola, con un bel arcobaleno (The Rainbow).
Amazon
