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Un tuffo in un passato glorioso per renderne omaggio senza prendersi troppo sul serio. Ghetto Falsetto, il nuovo lavoro di Bruno Belissimo, è un immersione nella italo-space-disco degli anni Settanta/Ottanta che suona sia come un’operazione retromaniaca e nostalgica, sia come un laboratorio per creare un suono avvincente e funzionale al dancefloor. Si avvicina l’estate e il producer italo-canadese, che racconta «di aver scritto i brani di getto dopo aver subito il furto del computer», vuole farci ballare con un concentrato di colori accecanti e spirito evasivo, un incontro tra pattern ritmici house, riff funky, synth spaziali (Tempi moderni, La Pampa Austral). Accade nella title-track, che si muove in quattro tempi, cadenzata e danzereccia (ricorda la Dancer di Gino Soccio – nota anche per un autorevole remix di Robert Hood) e nel mantra Ghetto Falsetto con cui il Nostro – recita la press release – vorrebbe ricercare «una metafora per definire il dualismo tra realtà e finzione».
A risaltare e contraddistinguere il progetto è un personale tocco ironico che evita il più delle volte all’autore di appiattirsi su una banale operazione nostalgia: Horror Tropical mescola zombie e balearica, Urlo Libero viene introdotta dalla voce di un euforico vocalist della riviera romagnola, mentre Don’t Bother with Hardware – un robo-funky con voce vocoderata – lancia il messaggio «Non suona male il digitale». È il sottotesto sarcastico di un disco fatto con laptop e software per ricreare atmosfere analogiche di un passato disco (forse) mai tramontato.
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