Recensioni

La scia seguita è quella del cantautorato italiano condito di synth anni Ottanta, la tradizione a cui ci si ispira segue il trittico Battiato-Dalla-Battisti. La Tuta di Goldrake, l’album di debutto del cantautore Andrea Brilla, è chiaramente un classico disco it-pop. Nulla di nuovo quindi – tra testi introspettivi, a volte ironici e pieni di metafore – e arrangiamenti tra rock, alt-folk e synth-pop, racchiusi in una forma canzone facile e accessibile. Quella che ha decretato il successo nel mainstream dei The Giornalisti e di Calcutta, oltre che di alcuni nomi, meno blasonati come Giorgio Poi.
I riferimenti sono evidenti anche se, in alcuni frangenti, Brilla sembra volerci mettere sincerità e fantasia nel raccontare alcuni frammenti di vita indossando metaforicamente il mantello – la “tuta di Goldrake” appunto – che «ognuno di noi – si legge in press release – indossa ogni mattina per combattere le insidie grandi e piccole che avvolgono la vita». La title-track, a metà della scaletta, spiega il senso del lavoro: tra arpeggi dolci di acustica e un basso giocoso, nella prima strofa il cantautore spiega la necessità di indossare “la tuta” per “andare oltre” e “superare le porte”. Il gioco di immagini, metafore e accostamenti che avvolge l’intero album, a volte regala buoni spunti. In Gennaio, un up-tempo sintetico che richiama I Cani, Brilla si identifica fantasiosamente nel primo mese dell’anno, simbolo di nuovi inizi e auspici che poi spesso vengono vanificati, mentre in Jasmine – forse il pezzo migliore del lavoro – Brilla torna sul tema («in un attimo poi dalla magia mi son svegliato come un libro in un ipermercato») centrando una melodia vocale che resta. In A Merenda Un Pugno Di Chiodi, anche qui dalle parti del primo Contessa e soci, l’autore esce dai viaggi introspettivi per abbracciare una critica contro la società contemporanea, forse un po’ troppo banale, ma inserita in un contesto sonoro coinvolgente. Potrà funzionare nei concerti in piazza.
Al netto, però, la sensazione è che il cantautore, pur avendo idee interessanti in fase di scrittura, sia dei testi che della musica, voglia inseguire dei modelli di successo nel pop italiano contemporaneo. Sforna così un disco che, se a un primo ascolto può apparire interessante, man mano perde di originalità.
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