Recensioni

Per il suo quarto disco propriamente detto, questo Dream From The Deep Well, Brigid Mae Power , la cantautrice irlandese nata a Galway ha fatto un definitivo salto di qualità, sia sul fronte interpretativo, che su quello compositivo. Il risultato è uno dei dischi folk più interessanti degli ultimi anni. Anche se definire folk questa particolare e personale mistura di delicatezza pastello, emozioni trattenute e tratteggiate in musica con lo sguardo aperto sul mondo è sicuramente riduttivo. Siamo di fronte a un gran bel disco di canzoni cantate da una delle voci più potenti in circolazione.
L’avevamo lasciata circa due anni fa, quando aveva stupito un po’ tutti con un EP di cover di altissimo livello (Burning Your Light). Quell’EP non era solo interessante perché figlio di un lavoro interpretativo eccellente, ma anche perché dava i riferimenti: Bob Dylan (nel nuovo disco, citato espressamente in Counting Down che richiama Knocking on Heaven’s Door), Jason Molina, Townes Van Zandt, ma anche il coraggio di confrontarsi fuori dalla propria comfort zone con Aretha Franklin e Patsy Cline. Un mondo, quindi, che pur avendo le radici nel folk delle isole britanniche (ma mettiamole per forza sulle spalle il peso dell’eredità di Sandy Denny!), si è aperto ad altre prospettive. Questo processo è definitivamente portato a termine con le 11 canzoni del nuovo disco, che spaziano tra i traditional (I Know Who Is Sick e Down By the Glenside, quest’ultima resa celebre dai The Dubliners) e composizioni originali. E che allargano, parole della stessa Brigid Mae Power, la tavolozza dei colori a sua disposizione: ukulele, pianoforte, fisarmoniche, organo.
The Waterford Song, con il suo incedere ritmato e quelle dissonanze nell’intercorrere delle linee vocali, è la meditazione di Power sul luogo che la sua famiglia abita da un millennio. Maybe It’s Just Lighting, che ricorda il Neil Young acustico, è la dimostrazione che c’è spazio anche per arrangiamenti solari e dalle vibrazioni positive, anche se nasce da una storia triste: una riflessione sulla maternità che nasce dall’incontro con una madre rifugiata dallo scoppio della guerra in Ucraina.
C’è spazio anche per un’altra icona che Power fa propria, ovvero Tim Buckley e la sua I Must Have Been Blind, qui arrangiata al pianoforte e resa ancora più struggente dalla vocalità meno potente, ma altrettanto espressiva di Power. La musicista irlandese ha deciso di entrare definitivamente nel canzoniere country/folk e nella storia delle interpretazioni dei classici del genere.
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