Recensioni

7.5

Nell’arco di tempo trascorso dall’uscita di Lifted or The story is in the soil… (2002), non si può certo dire che Conor Oberst sia stato con le mani in mano. L’eco di quel disco, uno dei più ambiziosi (e blasonati) della sua carriera, è riuscita a portarlo al di fuori del "solito" circuito indie verso lidi quantomeno inattesi: spettacoli televisivi come il Late David Letterman Show, il Late Shaw With Kilborn e l’MTV Shortlist Awards e, non da ultimo, il famoso/famigerato Vote for change tour in compagnia di mostri come R.E.M. e Bruce Springsteen.

Se a ciò aggiungiamo che, sullo scorcio dell’anno passato, quest’impenitente enfant prodige è riuscito a ottenere il primo posto della classifica di Billboard con ben due singoli diversi (impresa fino allora compiuta da gente come Puff Daddy… il che è quanto dire), crediamo di aver reso l’idea: Conor Oberst è a pieno titolo un vero e proprio "caso" musical/discografico di questi tempi. E il Nostro, conscio della giostra che gli gira intorno, non si fa affatto cogliere impreparato, pubblicando (da buon stakanovista qual è) ben due album distinti e separati: I’m wide awake it’s morning e Digital ash in a Digital urn. Forse Devendra Banhart ha lanciato una nuova moda? Macchè! Se si riflette sul fatto che il buon Conor nell’arco degli ultimi tre anni ha pubblicato, da solo o in gruppo, qualcosa come cinque album, un EP, due split ed è apparso in svariate collaborazioni a compilation e dischi altrui (last but not least, The Late Great Daniel Johnston) non c’è nulla di cui stupirsi. Piuttosto, la cosa curiosa è come per questi nuovi lavori sia letteralmente riuscito a farsi in due, enfatizzando e sviluppando due aspetti già presenti nella musica dei Bright Eyes: quello più tradizionalista, folk, country e puramente cantautorale da un lato, e quello più creativo, naif, giocherellone e wave dall’altro.

Non ci è dato sapere di preciso se la bipartizione del materiale sia stata decisa a priori, di fatto ci sono voluti due anni e mezzo di lavoro in studio col fido Mike Mogis e una pletora di collaboratori eccellenti come – giusto per dirne qualcuno – Jimmy Tamborello aka DNTel (o Postal Service, più indicativo in questo caso), Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs), Clark Beachle (Faint) e addirittura la signora Emmylou Harris (!).

Messi da parte lo scazzo e le ingenuità tipicamente lo-fi del passato, in I’m wide awake it’s morning Conor mette in scena un songwriting scintillante (anzi, "brillante"), che colpisce altresì per la puntualità degli arrangiamenti (dai classici controcanti della Harris alle inevitabili pedal steel e violini), mai leziosi ma anzi estremamente ficcanti in ogni secondo del disco, memori di quella forma già esplorata da Bonnie ‘Prince‘ Billy l’anno scorso. Si tratti di folk tradizionale (la dylaniana At The Bottom Of Everything), di quadretti intimisti (Lua), o country rock uptempo (la funambolica Another Travelin’ Song), Oberst riesce ad emozionare (emozionarsi?) e stupire, per maturità, coerenza e incredibile lucidità. Un lavoro senza sbavature dunque, almeno fino alla finale Road To Joy, guazzabuglio massimalista modellato sulle note della Nona di Beethoven (o Inno alla gioia, se preferite). Ecco, quando il ragazzo ci dispenserà da queste nerdate (si, con la "n") forse avremo il suo capolavoro; per ora dobbiamo accontentarci "solo" di un ottimo disco. (7.5/10)

Come accennato prima, Digital ash in a Digital urn si pone quasi agli antipodi rispetto a I’m wide awake it’s morning, non tanto per scrittura tout court, quanto piuttosto per scelta estetica. Dove quello risulta coerente, omogeneo e "ordinato", questo è un album pirotecnico, in cui l’estro di Mr. Bright Eyes va a briglia sciolta, propenso verso un cantautorato indie-wave – Robert Smith sempre sugli scudi – impreziosito da arrangiamenti vari ed eccentrici (c’è un po’ di tutto: archi magniloquenti e classicheggianti, chitarre flamenco, reggae, fiati swing, field recordings, sample di ogni genere e chi più ne ha più ne metta). Ad incidere sulla struttura delle scenografie qui dispiegate è soprattutto la presenza di Tamburello, coi suoi breakbeats glitch e con quell’aria da barocco sintetico che in diversi momenti assume le fogge di certo cheap-pop anni ’80; per intenderci, quel filone perlopiù (vivaddio?) dimenticato, compreso idealmente fra 99 Luftballons (hit germanofona che I Believe In Simmetry sembra quasi ricalcare) e Radio Ga Ga, passando per Mike Oldfield e Cindy Lauper.

Non c’è da temere, comunque: la voce di Oberst riporta sempre il marchio Bright Eyes, che in più di un episodio (Hit The Switch) ritorna sulla strada più classicamente folk. Insomma, niente più che una vacanza nell’indietronica e nel dopo-electroclash per Conor (il quale già in passato aveva dimostrato di coltivare un certo vezzo per questi territori), una valvola di sfogo per soddisfare la vena pop che da sempre costituisce la sua seconda anima. Sebbene Digital ash in a Digital urn si nutra apparentemente dei trucioli residui dalla raffinazione di un gioiello come I’m wide awake it’s morning, non manca di serbare sorprese, anche grandi (Gold Mine Gutted, Down in a Rabbit Hole) (7.0/10)

Come altro definire questo uno-due di Bright Eyes? Prove della maturità? Dischi della consacrazione? Fate un po’ voi: d’altronde, nonostante il suo faccino efebico, Conor Oberst ha "ormai" i suoi 24 anni… Per uno che è in giro da quasi dieci anni, si può tranquillamente dire che basta e avanza.

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