Recensioni

Atmosfere ovattate, ballate dolceamare intrise di profumi estivi e languide cartoline alt-rock: i Broken Social Scene sono stati per anni questa cosa qui, e gli accordi stropicciati di Looks just like the sun mi risuonano in testa ogni volta che penso alla band fondata da Kevin Drew e Brendan Canning, tra le prime ad aver dato linfa alla scena indie-rock canadese. Un collettivo musicale importante il loro, che ha vantato la presenza del violino di Jessica Moss, la voce sublime di Leslie Feist, oltre al basso potentissimo di Andrew Whiteman.
In mezzo ai tanti musicisti che componevano la super band, alcuni hanno virato verso carriere soliste ottenendo successo e approvazione (su tutti Feist), e lo stesso Canning, socio fondatore dell’orchestra più colorata del Canada, si è messo alla prova con dischi piacevoli e ispirati. ll primo lavoro solista, Something for All of Us (2008) godeva di una scoppiettante immediatezza, di un’urgenza creativa che lo rendeva prezioso, e non solo per i fan di lunga data dei Broken Social Scene. Il secondo, del 2013, ovvero You Gots 2 Chill, manteneva un’aria di spontaneità e avventura, già avvistate nel debutto, unendole a liquidità sintetiche e chitarre registrate sulla segreteria telefonica; ma già si avvertiva un calo di attenzioni e cura da parte di Canning. Una mancanza che oggi si fa ancora più ingente, rendendo Home Wrecking Years un vero inciampo nella carriera solista del canadese.
Siamo di fronte al classico disco carino – e la carineria non può mai essere un vero complimento per chi fa l’artista – che si fa ascoltare senza troppi imbarazzi ma che non dice nulla, non affonda le unghie nella carne di chi lo ascolta. E va bene essere portatori di una leggerezza sbarazzina che per anni ha limato i dischi della super band di Toronto, ma oggi ci si aspettava qualcosa di diverso, qualcosa di maturo, da un artista come Canning, che a quasi cinquant’anni avrebbe dovuto compiere uno sforzo compositivo maggiore. In Home Wrecking Years si respira invece un’aria di passatempo ostinato, di carnevale baroque-pop che stona e rischia di cadere nel ridicolo.
Se la bossa nova piaciona à la Bacharach di Keystone Dealers tenta di rivelare la profondità delle intenzioni (mancate) di Canning, con Book It to Fresno si arriva al livello più alto di glicemia, grazie a un wall of sound spectoriano di chitarre e melodie sciroppose. Sei canadese Brendan, ma non sei Leonard Cohen, e la produzione ridonante di un disco come Death of a Ladies’ Man funziona una volta su mille. All’interno del disco vive e impera una sensazione di precarietà giocosa, di disagio travestito da diverimento, e non possono bastare brani come Work Out in the Wash o Once I Was a Runner, interessanti esperimenti di cantautorato tra soul e folk, per riparare a un album che manca di fondamenta solide.
Si salvano in parte anche l’assolo chitarristico seventies di Work Out in the Wash e il tentativo di emulare il dream pop dei primi Galaxie 500 in Baby’s Going Her Own Way, ma non basta per perdonare al simpatico quattrocchi di Toronto un lavoro sbrigativo e facilone. Canning non è solo né abbandonato, in questa avventura solista: tra i tanti ospiti del disco spiccano i nomi di due membri dei Broken Social Scene, ovvero Sam Goldberg, che regala la sua chitarra in Vibration Walls, e Justin Peroff, che suona la batteria in tutte le tracce, oltre al polistrumentista Liam O’Neil dei Kings of Leon. Ma anche questo stavolta no, non basta.
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