Recensioni

Ci sono cose che paiono non cambiare mai e sicurezze cui, presto o tardi, tocca rinunciare. Giusto così, perché altrimenti non ci sarebbero mai evoluzioni e rivolgimenti, né tanto meno ritorni a casa. Da un lustro abbondante le sorelle Kim e Kelley Deal non davano più notizie, rintanate nella tranquillità della provincia americana a concedersi tuffi nell’immensità del loro passato e soprattutto Kim, impegnata tra il 2004 e il 2005 con la reunion dei Pixies. Trappola suadente guardarsi indietro: credi di possedere ancora il vigore dei vent’anni o la visione dei trenta, ma in realtà le cose talvolta stanno diversamente. Ti ostini a comunicare col mondo là fuori usando l’unica lingua che conosci, quella stessa che frattanto ha perso eloquenza e raccolto polvere, sebbene sia lungi dal presentarti nei panni della petulante reduce.
Sull’onda dei concerti coi redivivi Folletti, Kim si è dunque messa all’opera con l’ultima formazione nota delle/dei Breeders (Kelley, ovviamente, più i comprimari Jose Medeles e Mando Lopez). Non è l’unico elemento in comune con Title Tk: di quest’ultimo è mantenuta la determinazione ad allontanarsi da comodi modelli affidandosi a trame più riflessive. La mossa si rivela moderatamente vincente, il guizzo che consente una sghemba sufficienza, garantita un po’ a fatica dai sibili e i sussurri della title-track, da una Istanbul che pare tratta dai dischi solisti di Maureen Tucker, dal chiaroscuro su cui poggiano Night Of Joy e Spark. S’è detto moderatamente, però, poiché sgradite novità fanno il loro ingresso sotto forma di un’esecuzione fiacca – o di una convinzione assente, come se ci fosse un cartellino da timbrare – e penna scarsamente incisiva se ligia a più consone forme. Con le piacevoli eccezioni dell’iniziale rutilare di Overglazed e della squadrata Walk It Off, il rimanente oscilla tra carineria e, per la prima volta, pura e semplice bruttezza (Bang On non va da nessuna parte; Regalame Esta Noche lastrica di buone intenzioni la via dell’inferno).
A questo giro le assolviamo, ma ci piacerebbe che le nostre (non più) ragazzotte si rendessero conto di come, pian piano, stiano perdendo il treno. A quel punto, forse, non sarebbe meglio sopprimere la linea?
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