Recensioni

6.8

Quello che stiamo vivendo è un periodo interessante, e lo è soprattutto per gli artisti. Accanto alla pandemia e alle ansie che ne conseguono, corrono parallele le manifestazioni di piazza di Black Lives Matter per la tutela della comunità afroamericana (diffuse poi in tutto il mondo occidentale), quelle per il cambiamento climatico e quelle sulle disuguaglianze e l’omofobia. I ragazzi di tutto il mondo sono scesi per le strade chiedendo ai loro padri di assicurare loro un futuro degno di essere vissuto o, almeno, un futuro. Gli artisti hanno una grande responsabilità in questo momento; o, perlomeno, coloro che di questi temi vogliono trattare e che, da questi argomenti, traggono linfa vitale per la loro musica. Partendo dal presupposto che sia nobile parlare di queste cose, non tutti (come abbiamo visto per l’ultimo disco di Moby) sembrano in grado di trattarli senza sembrare un po’ dei predicatori senza seguito; borghesi che straparlano guardando il mondo da un loft in centro a New York. 

Anche i canadesi Braids hanno deciso di avventurarsi lungo queste direttrici e non per “moda” – alcuni brani del nuovo album, Shadow Offering, risalgono addirittura al 2016 -, ma per necessità. È la stessa cantate Raphaelle Standell-Preston a essere stata presa di mira sui social per aver firmato e pubblicato una petizione contro un nuovo pedale delay della Tc electronic dal miserabile nome Pussy Melter. Contro di lei sono volati insulti di ogni tipo e tra i più gettonati, manco a dirlo, c’erano quelli indirizzati a mortificare il suo genere e la sua sessualità. In pochi minuti, la chitarrista dei Braids è diventata il capro espiatorio contro cui migliaia di utenti social hanno scaricato la loro rabbia; d’un tratto Standell-Preston era diventata, per questi leoni da tastiera, la rappresentazione plastica del motivo per cui le persone odiano il femminismo.

Al di là della follia e del del singolo caso, la band di Alberta sembra trattare con più cognizione di causa di altri colleghi i temi sopra elencati. Saranno forse l’età e la sensibilità verso questi argomenti, ma i tre ex compagni del liceo tirano fuori un disco sentito e a tratti toccante, che raggiunge l’apice quando Standell-Preston vomita tutte le sue ansie nello spoken word della traccia Snow Angel. Il brano è il punto centrale del disco, nel quale si condensano tutti i temi e gli stili musicali utilizzati durante l’album. Cantato e parlato si combinano su una batteria dal gusto kraut, su chitarre in tensione post punk, e mentre si muove incessante un arpeggiatore al basso. Con la seconda parte della canzone tornano i Radiohead di Weird Fishes (Arpeggi): è questo il momento in cui la Preston si lancia in una poesia angosciata in cui rigetta tutte le sue paure, ma, anche le responsabilità in quanto “bianca” e “occidentale” («Look at the suffering that I cause, that I cause, that I, I, I, I, I»).

Sono la forza vocale e la capacità espressiva della cantante, che qui emerge in tutta la sua poliedricità, a esprimere al meglio i sentimenti e il senso della canzone. Sarà un leitmotiv per tutto l’album: è il cantato il vero collante di questo quarto disco, in cui, tra l’altro, la band si discosta dalle atmosfere cupe del precedente Deep in the Iris del 2015, per virare verso qualcosa di più giocoso ed energico. Sono i pattern di synth arpeggiatori a farla da padrone; a retrocedere sono ancora una volta le chitarre. Così accade in Young Buck, la traccia più catchy del disco, e in Fear of Men, brano nel quale ritornano i temi già introdotti con Miniskirt – brano contenuto in Deep in the Iris – ma affrontati in modo diverso. Fear of Men, infatti, è una canzone per tutte le donne che hanno avuto paura durante un rapporto con un uomo, ma che vogliono sconfiggere i propri timori e sentirsi finalmente libere («All the fears that hold me back / The fear of men / Don’t wanna fear them»).

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette