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Bradley Cooper vuole l’Oscar. Da anni lo rincorre, lo brama come il suo personaggio ne Il Lato Positivo che era ossessionato dalla ex moglie e scaraventava giù dalla finestra lo “stupid fucking book” di Hemingway. Prima ha drasticamente ridimensionato la presenza massiccia in dimenticabili commedie romantiche e action scadenti, poi nel 2012 incontra David O. Russell che lo avvia sulla strada della nevrosi recitativa che fa tanto gola all’Academy; era meno solido e interessante del collega Ryan Gosling – anche lui, all’epoca, sulla cresta dell’onda – in Come Un Tuono, abbandonato ai buffi capelli retrò di American Hustle, cattivo senza cervello nel film che avrebbe dovuto consegnargli l’ambita statuetta (American Sniper), supplicando Clint Eastwood di fare da intermediario. Non ha ancora ottenuto ciò che voleva Bradley, il ragazzo d’oro di Philadelphia con un volto da jock liceale e gli occhi buoni, e allora cosa provare quando tutte le porte sembrano chiuse? Perché non tentare con la regia, costruendosi un ruolo ad hoc, gestendo il progetto da cima a fondo, navigando sulla corrente sempre favorevole del tradizionale e intramontabile racconto hollywoodiano?

L’occasione ghiotta per mettersi in mostra è rappresentata dal terzo rifacimento di un classico che più classico non si può: È nata una stella, in inglese A Star Is Born, viene portata sul grande schermo già tre volte – rispettivamente nel 1937, 1954 e 1976 – manipolando di poco il testo originale pur riflettendo epoche sociali diverse. Rimane intatto il tema principale, ovvero la parabola ascendente di una giovane promessa della musica a cui si fa seguire quella discendente del veterano e innamorato, e il rispetto di tutti quei passaggi obbligati che il film musicale – genere a sé come quello sportivo – richiede: personaggi colti in una situazione di stallo (emotivo, privato, professionale), l’incontro fra questi per circostanze imprevedibili, lo scoppio della scintilla artistica, il risollevamento della propria condizione o al contrario la caduta negli abissi dell’anima (nei casi più amari), il congedo sulla via di conclusioni più o meno universali. La pellicola di Cooper li cavalca uno per uno, ostentando una sicurezza che non possiede, e affidandosi a Lady Gaga, viscerale, stupenda mentre aggredisce il palco eclissando il collega nascosto sotto lunghi capelli, alcool e il tono di voce baritonale del profondo sud americano.

Si sa che il fattore emotivo, in questo intramontabile genere cinematografico che da anni rinnova la sua grammatica, è la benzina, ma il modo con cui si guida il mezzo è la vera chiave; per questo si nota la differenza quando un regista che ha o ha avuto a che fare materialmente con la musica e i suoi processi creativi mette le mani su un progetto. Oggi l’irlandese John Carney sembra decisamente il migliore, fra tutti, nel raccontare ciò che sta dietro la canzone, il dolore della scrittura, gli effetti della società e dei suoi mutamenti sugli artisti passando in rassegna due generazioni del passato e del presente (gli anni Ottanta di Sing Street, l’attualità di Once e Begin Again). È chiaro, vista la premessa, che a Cooper sfugga tutto questo (eppure il plot senza tempo e una protagonista impeccabile tengono in piedi la baracca), oltre ad altre nozioni di regia, oltre i soliti primi piani usurati, camera a mano e montaggio mozzato. Sempre su Gaga e le sue forme strane che utilizza da sponda per mettere in risalto i suoi momenti di intensa recitazione da Oscar. Chi è allora la vera “star” del titolo?

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