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Cosa spinge un’azienda di successo a riproporre lo stesso prodotto quattordici anni dopo, con tutta la storia che passa nel mezzo, i traguardi, le nuove regole di mercato? Il valore di una storia e la forza del racconto. Quando nel 2004, con Gli Incredibili, Pixar lanciava sugli schermi la sua “normale famiglia di supereroi”, il cinecomic era in una fase ancora acerba della sua affermazione, il dizionario cinematografico l’aveva confinato dentro l’etichetta di blockbuster senza impegno e i Marvel Studios nemmeno esistevano. Ne venne fuori un piccolo trattato sulla società contemporanea – quanto di più estraneo al concetto di film per bambini – dove si immaginava un mondo in cui chi possedeva abilità straordinarie era costretto a vivere sotto copertura perché causa del malcontento generale. Città distrutte, danni collaterali all’ambiente, guerre e violenza, tutto faceva capo all’intervento dei supereroi; così Bob ed Helen Parr, alias Mr.Incredible ed Elastic Girl, genitori di Violetta, Flash e Jack-Jack, mettevano da parte le proprie responsabilità civili in nome di una politica evidentemente sbagliata, non molto lontana da quella attuale (all’epoca) americana.

È interessante notare come oggi la situazione non sia affatto cambiata ma che, anzi, abbia offerto a Brad Bird (regista e sceneggiatore) alcuni spunti per proseguire la riflessione iniziata con il primo capitolo, aggiornare lo spettro del superomismo dentro la cornice del presente, proporre un’alternativa al cinismo DC e all’epica Marvel. Tre intenzioni di una difficoltà inaudita che solo grazie al filtro leggero del film d’animazione, insieme con l’umorismo, il colore, la scrittura universale, riescono in Gli Incredibili 2 a sembrare quasi un gioco da ragazzi, ma dei più intelligenti e profondi che possiamo trovare in circolazione. Essenzialmente per tre ragioni, che corrispondono ai tre grandi temi affrontati: l’ipotesi della donna come breadwinner della famiglia, che non può e non deve sostituirsi al ruolo del maschio negli equilibri privati e pubblici, ma soltanto evolversi in una ridistribuzione egualitaria del “potere” (inteso più come contributo verso la società); la discussione sul ruolo dei media e sulla manipolazione dell’immagine tramite schermi e l’idea che in fondo l’epoca contemporanea ne sia ormai schiava, quindi definita dagli stessi; la consapevolezza iniettata dai governi che i supereroi siano fantasie di un mondo in crisi, perennemente spaventato, e che per risolvere i problemi non abbiamo bisogno di garanti della pace, ma soltanto della giustizia privata.

C’è così tanto in Gli Incredibili 2 che deborda fuori dai limiti del genere, salvo poi rientrare in carreggiata grazie ad un lavoro di scrittura certosino, al ricordo della risata come unico balsamo per la tristezza, all’amore verso questi personaggi normali con poteri straordinari. Per non parlare della regia, degna di qualsiasi ottimo action hollywoodiano, che riesce a soffermarsi su particolari invisibili agli occhi e manifesti in un’altra dimensione fantastica. Il bello è che, nei film Pixar, questa distinzione tra reale e illusorio non esiste.

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