Recensioni

Le vie per la mediocrità sono infinite. Alcune di esse sono state abilmente calpestate da BØRNS, ventitreenne originario del Michigan ma attualmente stanziato a Los Angeles. Nonostante da giovanissimo abbia avuto una parentesi come mago professionista, il suo pallino è sempre stato quello musicale, sin da da bambino quando passava le ore pigiando i tasti del suo pianoforte (“That was my favorite toy“, dice l’americano). Un lungo percorso che lo ha portato lentamente a farsi strada all’interno del music business.
Quattro anni fa saliva sul palco del TEDx, ancora senza pseudonimo, semplicemente come Garrett Borns e armato di ukulele, ma è solo nell’ultimo anno e mezzo che l’americano ha trovato la propria collocazione discografica con l’aiuto di Interscope. Il primo impatto lo ha avuto con il singolo 10,000 Emerald Pools – co-scritto con Jack Kennedy – contenuto nell’EP Candy (pubblicato a novembre 2014), poi, nella prima parte del 2015, grazie ad alcune performance televisive, alla partecipazione ai più imponenti festival americani e ad un singolo di successo come Electric Love, la popolarità dell’americano è aumentata a vista d’occhio.
Con queste premesse BØRNS debutta su formato lungo con Dopamine, un lavoro più corale rispetto all’EP con il supporto di un numero più ampio di addetti ai lavori, non ultimi Jeff Bhasker (Kanye West, Jay-Z) e Emile Haynie (producer in Born To Die di Lana Del Rey). Proprio Emile Haynie sembra in qualche modo avere avuto l’influenza maggiore sul sound del disco: in sede di recensione del suo esordio We Fall scomodavamo, tra gli altri, Brian Wilson e Zombies, due punti di riferimento – a cui aggiungiamo tentazioni glam che sanno di T-Rex ripuliti – che ritroviamo anche tra i solchi dell’album di BØRNS.
Oltre ai due brani già citati, sono probabilmente gli episodi downtempo quelli con maggiori possibilità radiofoniche. La slow-ballad American Money è materiale 100% Lana Del Rey – anche l’immaginario è simile: “And we can run away, swimming in the sunlight everyday. Paradise in your eyes, green like american money” – e ovviamente funziona già al primo ascolto. Nella non troppo distante In The Emotion il Nostro invece sfoggia una delle migliori prove vocali dell’intero lavoro (a tratti sembrano gli Antlers trasfigurati da tentazioni da classifica).
Non è solo un gioco a due tra brani imbastiti sulle lezioni ’60-’70 (coretti, psichedelia latente e r&b) e ballate moderne, ma anche tra electropop – a tratti fin troppo frivolo, vedi Past Lives – che idealmente potrebbe andare ad inserirsi a fianco di Passion Pit o Miike Snow e andature funk-disco (Dopamine, The Fool) che non possiedono né i suoni magistrali degli ultimi Tame Impala e Neon Indian, né il fiuto per i ritmi killer di Mark Ronson.
In un calderone sonoro eterogeneo ma mai sopra le righe emerge comunque una discreta scrittura pop in grado di allontanare lo skip facile. Ciò nonostante, se ci chiedessero lumi sul come spendere quindici euro tra le ultime uscite discografiche, non ci sentiremmo certamente di consigliare Dopamine.
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