Recensioni

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Non vorremmo essere troppo cattivi con un discreto mestierante come Garrett Clark Borns/BØRNS ma non possiamo esimerci dal constatare quanto nel secondo album Blue Madonna tutto suoni incredibilmente ordinario. Facciamo un passo indietro: due anni e mezzo fa, dopo aver trovato spazio nel music business grazie ad un paio di brani Spotify-ready (10,000 Emerald Pools e Electric Love, contenuti nell’EP Candy), BØRNS ha esordito su formato lungo con l’album Dopamine, il classico lavoro che si perde nei meandri di un mainstream minore, laddove abili produttori pop e un supporto mediatico da major vengono messi a disposizione di un prodotto potenzialmente funzionante ma visibilmente privo di quell’appeal tipico dei bestseller. Garrett superficialmente sembra avere tutte le carte in regola per sfondare ma probabilmente non possiede (ancora?) quella dose di carisma in grado di trasformarlo in una vera icona pop.

Dal momento che abbiamo sdoganato l’argomento icone pop, apriamo subito il capitolo Lana Del Rey: quelli che all’epoca di Dopamine erano solamente sentori di un possibile sodalizio artistico tutto made in L.A., con l’autrice di Video Games («la slow-ballad American Money è materiale 100% Lana Del Rey», scrivevamo in sede di recensione) oggi si concretizzano all’interno di un singolo – God Save Our Young Blood – né carne né pesce che finisce per smuovere poco nonostante l’intuibile vena romantico-decadente di una cornice molto californiana. Produzione scialba, beat cheap (gli high-tom non si possono sentire) e melodia che annoia dopo due ascolti. Al momento della release dell’album scopriamo poi che l’americana è presente anche all’interno della title track (Blue Madonna già di suo è un titolo Lana Del Rey tout court), passaggio certamente minore.

Chiuso il capitolo Del Rey apriamo quello psych-pop: anche in questo caso tornano ad emergere osservazioni che avevamo già speso per Dopamine («andature funk-disco che non possiedono i suoni magistrali degli ultimi Tame Impala») con brani che si avventurano in territori synth-funk psichedelici figli delle intuizioni di Kevin Parker. Stiamo parlando della riuscita Sweet Dreams e di Supernatural, episodio caratterizzato da ritmi, suoni (il theremin di Armen Ra) e strutture più imprevedibili e da soluzioni post-Currents. In questi frangenti emerge ancora più prepotentemente il falsetto – androgino in modo un po’ plasticoso se vogliamo – di Garrett Clark Borns, che in Man raggiunge il suo apice (il chorus è dalle parti di Florence ma la tonalità è decisamente più alta).

All’interno di Blue Madonna spicca il glamorama di Faded Heart (ritornello furbo ma melodicamente senza tempo) e sono proprio questi barlumi di eclettico perfezionismo pop che fanno aumentare il rammarico. In generale si ha infatti l’impressione che il Nostro faccia ancora fatica a trovare una quadra stilistica tutta sua, sospeso com’è tra forti richiami 70s sia versante psych che versante glitter-friendly (la conclusiva piano-ballad Bye-Bye Darling) e zuccherose tentazioni da Top40. Che poi, diciamolo, l’americano (nonostante la consueta mole di filler-tracks come Second Night of Summer o We Don’t Care) non difetta di talento e sa muoversi con una certa confidenza tra stili ed epoche diverse, finendo addirittura per lambire sinuosità r&b (I Don’t Want U Back ad altezza Prince).

Blue Madonna, in definitiva, non toglie i dubbi che abbiamo sempre nutrito nei confronti di BØRNS, ma al contempo contiene quei due o tre elementi che non ci fanno perdere del tutto l’interesse verso il suo operato: non raggiungerà mai la creatività e non possiederà mai il fiuto artistico di un David Bowie (ci mancherebbe) ma siamo convinti che – magari spogliato dalle necessità da major – il ragazzo possa trovare una strada più stimolante. Ora come ora il rischio è che tra dieci anni l’unico must-have targato BØRNS sia un ipotetico greatest hits.

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