Recensioni

Goiânia è un grande agglomerato urbano sito nel cuore del Brasile che, come molte altre metropoli (ad esempio la capitale Brasilia) fu fatta edificare a tavolino nei primi del Novecento: è da quella macro-regione che proviene uno dei battiti più forti della nuova scena alternativa brasiliana. I Boogarins si sono formati proprio lì, nel 2013, ed i soli quattro anni di attività si sono posti in testa ad una nuova generazione di giovani band, come i Fumaça Preta, il quale compito pare essere quello di recuperare i fasti e l’eccentrica creatività di uno dei movimenti culturali (più che genere musicale, infatti, bisognerebbe parlare di autentica subcultura) che hanno scandito un processo nell’evoluzione del pensiero e dei movimenti socio-politici dei giovani brasiliani: il tropicalismo dei Jobim meno ambizioso e più criptico, del Caetano Veloso degli esordi e delle follie caleidoscopiche degli Os Mutantes (ancora in attività) rivive e trova nuova linfa nell’operato di queste giovani band. E i Boogarins hanno tutte le carte in regola per essere effettivamente definiti come la vera forza trainante di questa rinascita: giovani, tremendamente talentuosi, molto popolari in madrepatria e adesso apprezzati anche all’estero, i nostri si sono imposti con una manciata di release dall’alto contenuto lisergico, ma con un occhio puntato alla tradizione e l’altro volto verso il futuro.
Così, i quattro goianesi hanno fagocitato il loro seguito con una serie di performance strabilianti (alcune di queste raccolte nel live album Desvìo Onirico, anch’esso di recente uscita) e lavori in studio, come detto, tutt’altro che trascurabili. Senza preavviso, nessuna pressione dovuta all’hype e annunci di alcun tipo, i Boogarins decidono di fare un “regalo” ai propri fan, pubblicando per intero in questi giorni la loro ultima fatica, Là vem a Morte: è il seguito ideale dell’ottimo Manual, uscito nel 2015, ma è anche un lavoro che sta a metà tra la divagazione jammistica ed un vero e proprio body of work; i nostri ci offrono questo cadeau inaspettato, facendoci intuire che sia “soltanto un cazzeggio”, ma fatto con stile e in una certa maniera per la quale il dubbio resiste: è un mini-album? E’ un Ep? Un album vero e proprio?
I ventisette minuti netti di durata ci lasciano crogiolare nel dilemma, ma è un dilemma futile se ci troviamo di fronte ad un’opera dall’indubbia potenza sonora: un coacervo di idee che si sviluppano attorno alla sognante ed ondivaga title-track, suddivisa in tre parti che segnano i tre passaggi dell’album. Field recording, campionamenti e voci confuse ci introducono nel mondo in negativo visto dai Boogarins, in un ascolto labirintico senza apparente soluzione di continuità, e che per sonorità cerca di distaccarsi da quanto fatto in precedenza: i brasiliani cambiano pelle, come i serpenti, pur giocando con i soliti riferimenti tra macumbe, magia bianca, congas e ritmi samba (Foi Mal), strizzatine d’occhio a certo dream pop (Onda Negra), e bizzarri flirt con l’elettronica (Elogio à instituição do Cinismo, che nel titolo rievoca l’immaginario disincantato e stralunato, semi-serio degli avi Os Mutantes).
Alle volte l’orecchio cade dalle parti del citazionismo, e molto spesso ci sembra di sentire tra i solchi dell’album echi dei primissimi Tame Impala – band che deve aver avuto un impatto notevole sul suono dei Boogarins. Ciononostante, forse anche aiutato dalla durata relativamente breve, non si cade mai nella noia e tutto scorre via liscio, come una Caipirinha in riva al mare.
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