Recensioni
Boogarins
Manual ou Guia Livre De Dissoluçao dos Sonhos
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Christian Panzano
- 29 Novembre 2015

Alcune note sui Boogarins. Primo: parliamo di quattro ragazzi che suonano rock psichedelico, genere ad uso e consumo di masse infinite di musicisti; secondo: i Nostri si divertono un mondo a farlo con un quasi innato mood lisergico e un discreto istinto da palco – vedere qualche video sul tubo per credere – e questo, per i soliti detrattori, significa emulazione e fancazzismo; terzo: le teenagers li amano. Queste tre cose insieme di solito producono un portato di pregiudizi atomici, soprattutto per un gruppo che percorre gli strabilianti e allucinogeni Sixties col potenziale da talent – le vie del feticcio d’altronde sono infinite, a maggior ragione per degli sbarbatelli come loro.
Dio ce ne scampi e liberi! I Boogarins però hanno dalla loro il fatto che non vengono da qualche luogo hipster del profondo Galles o dalle alture scozzesi, e nemmeno dai quartieri beatnik di San Francisco, ma da Goiania, una di quelle città nate dalla mente di un certo Getulio Vargas, metropoli di tutto rispetto con una scena musicale deprimente, al limite dell’imbuto depressivo. Il cantato brasiliano e le radici policrome – questo portoghese ammorbidito e trasposto nei secoli da negritudine e sincretismo – staccano letteralmente i quattro da grossi strati di melma soporifera psych occidentale. Manual, in più, ha il pregio di essere un album che non si finisce quasi mai di ascoltare, raro di questi tempi.
Il continuo interesse soprattutto per certi brani ci porta a dire che il lavoro è ben fatto, tocca corde che spesso chi scrive cerca spasmodicamente in vinili su cui di continuo scorrono dita affamate di vera musica e persi nei tempi andati del copyright. Ad esempio 6000 dias (ou mantra dos 20 anos) è un brano che potrebbe ricordare i primi Rush con punte chitarristiche che però toccano vette oscure, quasi dark, a là Arrigo Barnabè. Mario De Andrade/Salvagem, oltre al citazionismo letterario, stuzzica l’appetito con i suoi approcci space pinkfloydiani. La psichedelia di Benzin, il voicing quasi femmineo di Falsa folha de Rosto ricordano i sample contemporanei di altri sbarbatelli come Tame Impala, Foxygen e compagnia cantante, ma non nascondono il diretto interessamento per i padri fondatori (molti, a ragione, hanno tirato fuori i primi Os Mutantes). Ne sono testimonianza l’uso di delay con voce onirica delle due chitarre, quella ritmica di Fernando “Dinho” Almeida e solista di Benke Ferraz, e l’acume di chi ha registrato il lavoro rendendolo degno di quegli insegnamenti. La ricerca sonora di un semplice brano strumentale come San Lorenzo testimonia il peso di un sophomore di tutto rispetto.
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