Recensioni

7.5

Vivere in un’epoca confusionale come quella odierna vuol dire confrontarcisi mettendo sul piatto la propria esistenza umana e cercare di costruire un linguaggio appropriato per comprenderla. Questo è proprio uno dei cardini dell’incontro artistico tra Francesca Bono, voce e musicista del gruppo indie rock Ofeliadorme, e Vittoria burattini, percussionista e batterista dei Massimo Volume. Suono In Un tempo Trasfigurato è un titolo più che indicativo da questo punto di vista e che, come le due musiciste hanno dichiarato nella recente intervista rilasciata a SA, indica come primo passo verso la comprensione proprio il «suonare in un tempo trasfigurato (e nonostante tutto)».

Una prerogativa esistenziale scandita da un’attualità indefinita e indefinibile che per le due musiciste si sostanzia prima di tutto nel porre un punto di vista, nell’interrogarsi sul presente pescando dal passato, dall’esperienza condivisa, ma per proiettare il ragionamento oltre gli orizzonti del già detto. Riescono a farlo a partire dal limite di un set ristretto – synth, batteria e voce utilizzata come terzo strumento – ma come punto di forza, che mostra non solo una perfetta sintonia artistica, ma anche una notevole capacità di condensare in un’omologia carica di senso una serie di concetti per nulla scontati: dall’impegno politico femminista al recupero di sonorità d’avanguardia gestite con visione riattualizzante.

Ispirato al lavoro di Maya Deren, cineasta sperimentale ucraina attiva negli Stati Uniti nella prima metà del secolo scorso nonché attivista di sinistra, il disco evoca tanto lo sperimentalismo del Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza, quanto l’influsso di opere figlie della library music come Società Malata di Daniela Casa, ma anche il senso cinematico di uno dei massimi compositori italiani come Ennio Morricone, e non di meno la ricerca di Suzanne CianiLaurie Spiegel e Laurie Anderson. Influenze rilette con una personalità che permette al duo di partire da flussi kraut per riversare concetti d’avanguardia in una forma canzone “altra”: un perimento dai confini osmotici e capace di utilizzare tensioni e generi diversi, condensando attorno ad alcuni punti luce un climax che rende partecipe l’ascoltatore delle istanze prese in carico dal suono.

Un fiume emozionale e riflessivo al tempo stesso che con sorprendente naturalezza permette inoltre alla coerenza tra le tracce di variare la formula grazie anche agli influssi di sonorità più contemporanee, dal math rock (Le Ossa), passando per il dub (Trick or Chess) e fino allo shoegaze (Dancing Demons). La produzione di Stefano Pilia rifinisce a dovere un debutto maturo come non se ne sentono così spesso in giro.

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