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7.5

Suonare in un tempo trasfigurato com’è quello attuale porta a trasformarsi, a trascendere, a metamorfizzarsi. E così Francesco Bono e Vittoria Burattini ora sono un lago in cui ci piace immaginare confluiscano i rivoli dei tanti suoni trasfigurati che negli anni, dapprima coi progetti storici di cui fanno parte, poi col precedente lavoro, hanno toccato, annusato, destrutturato e riassemblato.

Questo ritorno a tre anni da Suono in un tempo trasfigurato, pubblicato sempre per Maple Death e prodotto da un altro pezzo grosso come Francesco Donadello, allarga ancor di più la tavolozza dei colori – tenui, acquerellati, quasi evanescenti ma con un retrogusto di torbidità, come nel verde smeraldo in cui è virata l’immagine di copertina (con l’immagine delle due autrici di spalle e triplicata come una sorta di trinità desacralizzata) – riuscendo a far convivere, a far rispecchiare nel proprio lago, senza scadere nell’autocompiacimento del mitologico Narciso ma come fosse un doppio in perenne mutamento, la tensione dei Massimo Volume e l’età aurea dei corrieri cosmici più synthetici (e ci mettiamo il nostro Battiato sperimentale) nell’iniziale title track; gli echi hauntologici alla Ghost Box con crescendo quasi noise in Tra le labbra; la Laurie Spiegel rievocata nell’estasi bucolico-pastorale fatta di ambient eterea e immagini di ninfee e pastorelli intenti a danzare intorno alle chiare e fresche e dolci acque in Fragili danze; il groove funk-rumorista e le elegiache visioni in Prove d’esistenza/Il gesto; la tensione/sospensione/rilascio di eminente matrice cinematografica nel dittico conclusivo Oltre le palpebre/Lonely Blue Star, evocativo oltre misura nel fondere folk astratto, library, post-rock evanescente.

Insomma, le ragazze del lago, insieme alle due autrici ci mettiamo anche l’ispiratrice del titolo dell’intero lavoro, ovvero la Sylvia Plath di “Mirror” (I am silver and exact / […] I am not cruel, only truthful / […] I have looked at it so long I think it is a part of my heart / […] Now I am a lake), stupiscono ancora con un lavoro di una precisione formale e, insieme, di una apertura emotiva tali che ne dimostrano sì, l’ampiezza dei riferimenti ma anche il gusto, la sensibilità, la capacità nel frullare e riprodurre in forme più che personali.

Al punto che non può che venir voglia di bagnarsi in questo lago dalle acque apparentemente immobili ma ipnotiche e misteriose, statiche ma in realtà mosse da una irrefrenabile tensione sotto il pelo dell’acqua. “Dove si è slegato il filo, dove si è aperto / il crepaccio, qual è il lago / che ha perso le sue acque / e mutando il paesaggio /mi scombina la strada?”, com’ebbe a scrivere l’altra stella del mattino di questo disco, ovvero Patrizia Cavalli. Continuate a scombinarci le strade, ragazze del lago.

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