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“Un ritorno non è impresa da niente” cantava qualcuno che indubbiamente due o tre cose al riguardo le sapeva. Pensate allora a quanto può essere difficile se il ritorno è in luogo dove si è già raccolto tutto il meglio possibile e probabilmente anche di più. Nel caso in cui la riconferma non è neanche un’ipotesi sul tavolo e quindi bisogna battere per forza altre strade.

Si tratta del caso di Bon Jooh-ho, indubbiamente uno dei cineasti più importanti e celebrati del nostro tempo, in special modo dopo la consacrazione ottenuta con Parasite, la pellicola che nel 2020 fece non solo la storia degli Oscar, ma del cinema mondiale. Non è un caso che il regista sudcoreano ci abbia messo 5 anni (di cui 2 passati a correggere e ricorreggere una fase di post produzione molto complessa) per farlo e che abbia deciso di compiere l’impresa cercando una sfumatura, pur sempre nella coerenza della propria poetica.

Robert Pattinson lost in space in Mickey 17.

Joon-ho infatti torna ad Hollywood con Mickey 17, adattamento del romanzo Mickey7 di Edward Ashton, ovvero uno sci-fi che aspira ad essere un blockbuster “d’autore”, come già tentato dal regista in passato, ma con una vicenda che non lo porta in Nord America e neanche sulla Terra, ma direttamente su un altro pianeta. Altro che strada nuova, insomma, proprio un’emigrazione in un altro sistema solare. Lo stesso cantante di cui sopra aveva scritto dei versi che parlano proprio di questo, guarda a volte i casi della vita.

Il pianeta si chiama Niflheim, in riferimento al regno dei ghiacci popolato dai giganti di ghiaccio della mitologia norrena. In questo caso non ci sono giganti, ma gli “striscianti”, dei mostriciattoli alieni guidati da un mostro molto più grosso, ma il ghiaccio c’è uguale, una marea di ghiaccio. Sempre meglio del pianeta Terra da cui partono sempre più spedizioni per allontanarsi da un mondo ormai in completa distruzione, sia morale che fisica.

Delle spedizioni di colonie che assomigliano a delle spedizioni di disperati e reietti, come il nostro protagonista Mickey (interpretato da Robert Pattinson) e il suo “migliore” amico Timo (Steve Yeun), braccati da uno strozzino che si diverte a (moto)segare parti del corpo dei suoi debitori sparsi in giro per il globo. La loro speranza è che non li insegua nello spazio e sarebbero disposti a qualsiasi cosa pur di sfuggirgli, anche diventare dei sacrificabili, persone il cui lavoro è morire per poi essere, letteralmente, ristampati. A dir la verità Mickey non era neanche perfettamente a conoscenza della mansione (al contrario di Timo, che infatti se ne guarda bene), ma diciamo che la sua propensione a vivere nel senso di colpa per un trauma infantile gli ha conferito una certa predisposizione all’incuria verso stesso.

La coppia di dittatori di Mickey 17.

Nella stessa spedizione i due si ritrovano in compagnia di una vera e propria setta nata intorno alla figura di Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), un politico alla Donald Trump con tanto di cappellino rosso troppo idiota anche per la Terra, e la sua first lady Ylfa (Toni Collette), una tipa fissata con le salse. Fortuna che almeno sulla nave c’è anche Nasha (Naomi Ackie) prova provata che il colpo di fulmine può avvenire nei luoghi e nei momenti meno aspettati, ma non per questo meno opportuni. A parte lei, comunque il viaggio non inizi con delle premesse proprio straordinarie, specialmente se sommate al fatto che Mickey deve letteralmente morire in tutti i modi possibili per giustificare il suo posto a bordo. Se tutto va bene, perché se per caso non morisse, ma venisse comunque ristampato chissà che potrebbe succedere.

Mickey 17 è il tipico parossistico teatrino dell’assurdo che Bong Joon-ho si diverte un mondo a fare quando guarda alla politica occidentale, creando impalcature satiriche e smaccatamente comiche. Il suo è un film fortemente anticolonialista, contro la società dei consumi e contro l’ipersfruttamento del lavoratore, la cui vita subisce una svalutazione tale da essere ridotta a poco più che merce di scambio regolata da un contratto. Soprattutto, però, Mickey 17 è un film sull’importanza della propria identità, che va ben oltre qualsiasi impianto sociale e la cui natura è atavica e in qualche modo avvalorata da un senso di fine che infatti attrae tutti. La domanda che si fa più nella pellicola è “Cosa si prova a morire?”.

“Ehi, tu! Prima di morire di nuovo ti va un rendez vous?”

Non è casuale il casting di Robert Pattinson, l’attore che più di tutti a Hollywood è alla ricerca di una propria identità dopo l’esperienza della saga di Twilight, anche se ormai non ce ne sarebbe neanche troppo bisogno viste le tante prove che ormai hanno sancito una sua emancipazione dal ruolo del vampiro Cullen. Il suo confronto con un’altra versione di se stesso, che ha tutta un’altra considerazione della medesima identità e della medesima vita è il cuore del film e il suo senso più alto.

I problemi di Mickey 17 sono nell’integrazione tra questo cuore favolistico e la struttura da blockbuster, che invece opera in modo goffo, urlato, volgare e molto presto ridondante. Nonostante l’ottima impalcatura da sci-fi utopico utilizzato per leggere la realtà, questa difficoltà di tono si conferma atavica in Joon-ho, che l’aveva già accusata in Okja e per certi versi in Snowpiercer, quindi pressappoco in ogni sua sortita anglofona precedente. D’altro canto l’operazione della pellicola commerciale rielaborata è cosa assai ardua e infatti in molti ci sono caduti e in modo assai più fragoroso di lui.

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