Recensioni

«Le storie raccontate in questo disco sono vere e se vi sembrano moralmente inaccettabili e perche molti comportamenti degli essere umani sono inaccettabili. La nostra intenzione non era quella di addolcire la verità, ma di riferirla obiettivamente». Questa frase estrapolata dalla press, unita all’illuminante titolo del sesto album di Bologna Violenta, ci dice più di quanto possano fare cento recensioni o, voliamo alti, mille studi sociologici. Nicola Manzan, qui coadiuvato dal sodale Alessandro Vagnoni alla batteria, percussioni e campionamenti, continua la sua indagine sui tipi umani, sull’umanità più abietta e moralmente censurabile quasi volesse tratteggiare una mappatura in continua evoluzione degli aspetti più retrogradi, marci, violenti, disperati, esecrabili dell’animo umano. Dall’utopia/declino tratteggiata ne Il Nuovissimo Mondo alla indagine sui misfatti della famigerata Uno Bianca in quel di Bologna dell’omonimo Uno Bianca, Manzan si è sempre dimostrato osservatore caustico ma distante, quasi freddo e asettico nel suo tratteggiare, nei limiti del possibile, “obbiettivamente” (come ricorda la succitata press) il declino, l’insulsaggine, la depravazione, la perdita della razionalità, l’emergere della ferinità più subdola e inutile.
Nel caso di Bancarotta Morale, ripeto, titolo bellissimo e amarissimo, la struttura aiuta nell’indagine: due “blocchi” di canzoni – il primo composto da tanti brevi sketch quasi mai superiori al minuto; il secondo, introdotto dal “ponte” dei 4 minuti di Sophie Unschuldig, da una unica, lunga suite di quasi venti minuti – che si raggrumano intorno a cinque “capitoli” che raccontano «altrettante vicende di reale bancarotta morale». Vicende in cui sfilano abietti malavitosi di strada, pronti a riciclarsi ad ogni cambio di vento, uomini privi di scrupoli e “circonventori” di incapaci, nonché assassini per danaro, mantidi religiose sotto forma di “barbablù” al femminile (la succitata Sophie Unschuldig) e che si dipanano prive di parole com’è nell’uso di BV e coi toni ora pastello, ora lugubri di un altalenante e ossimorico andirivieni tra strumentazione classica (il violino, l’organo) e attitudine iconoclasta. Menzione a parte per la splendida chiosa affidata ai 20 minuti di Fuga, Consapevolezza, Redenzione: una oscillazione continua tra stati d’animo e di coscienza più o meno alterati in cui BV dà realmente il suo meglio, ovvero riuscendo a bilanciare le due anime che lo contraddistinguono sin dagli albori. Ottimo lavoro, non c’è che dire.
Amazon
