Recensioni

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Ci sono sempre piaciuti quei dischi per cui ci vuole più tempo a scrivere la recensione che ad ascoltarli. Mahalo è uno di quelli e, in quanto tale, ci fa già simpatia a prescindere. Se poi aggiungiamo che i tre pugliesi Bogong In Action sommano una discografia che, giunta al quarto pezzo tra cd-r e vinili, non arriva alla mezz’ora di musica, allora i paragoni (concettuali) con gente del calibro di Locust o Arab On Radar vengono spontanei.

E se in realtà i tre – insieme a Gaspare Sammartano dei Cannibal Movie ci sono le due chitarre di Aldo Orlando e Valerio Gamba – bazzicano altri lidi rispetto a quelli di filiazione hc dei citati Locust, l’ambientazione generale è limitrofa a quella degli Arab On Radar, con l’asse strutturale degli otto pezzi spostato verso una dimensione no-wave schizoide e furibonda, spigolosa e urticante, che fu di label come Skin Graft e Gravity e, per rimanere geograficamente in tema, dei mitici Bz Bz Eu o degli ormai disciolti But God Created Woman.

Due chitarre chirurgiche e sfondate, una batteria pestona e dai ritmi sghembi, un cantato che è malattia e ossessione e che rimanda immediatamente alla New York del famoso No New York o a quella sboccata e sanguinante dei primi anni ’90 il cui senso del tutto si otteneva solo con le spie al rosso e col disagio dell’ascoltatore. L’ultra-noise (de)generato dalla wave dei tre è nulla più, nulla meno di un calcio in bocca al buonsenso e al buongusto, registrato in consapevole “cessofonia” – un solo microfono panoramico per tutto l’ambaradan – con l’unica necessità estetica di vomitare fuori un suono che sia disgusto e disagio, ferocia e slabbratura. Obiettivo peraltro perfettamente centrato. Stesura della recensione: venti minuti; durata del disco: sedici minuti. Hanno vinto loro, ma non avevamo dubbi.

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