Recensioni

Se in ambito cinematografico noi italiani siamo sempre stati gli “inseguiti”, cioè imitati all’estero a ogni latitudine, lo stesso non si può dire in ambito musicale, dove invece siamo quasi sempre stati noi a rincorrere forme e stilemi d’oltreconfine, spesso con risultati eccelsi. Gli anni Novanta non fecero eccezione, e anche i sommovimenti in corso a Seattle e dintorni a inizio decennio finirono per avere una declinazione italica sostanziatasi nelle frotte di band che diedero vita all’alternative-rock in salsa tricolore. Tuttavia, qualcuno scelse di non seguire la strada di Marlene Kuntz, C.S.I., Afterhours e La Crus, ma di ispirarsi a un’estetica anteriore alla golden age dell’indie americano e popolata di modelli ancor più rétro e, per l’epoca, decisamente démodé. Questo qualcuno erano i Bluvertigo, una “strana” band monzese capitanata da un cantante/bassista e un tastierista/sassofonista eccentrici quanto geniali, e completata da un chitarrista e un batterista parimenti preparati.
I Bluvertigo erano una meravigliosa eccezione in un panorama musicale che soleva definirsi “altro” ma che in quanto ad alterità impallidiva al cospetto di questi quattro funamboli dal fiuto impareggiabile per tutto ciò che era eccessivo e luccicante. Sulle rovine dell’impero della flanella i ragazzi costruirono un tempio di lustrini e paillettes, e così in piena era uncool il rifiuto delle passerelle cedette il passo alla fashionability, la sobrietà al kitsch e gli inestetismi alla cosmesi: forse furono loro i veri rivoluzionari. Morgan, Andy, Marco (Pancaldi, sostituito nel 1997 da Livio Magnini) e Sergio, irriverenti e provocatori proprio perché stilosi, bislacchi ed esagerati in epoca di understatement elevato a codice, mescolavano musica e visual art e furono apripista nel dissotterrare l’immaginario glam e soprattutto new-romantic che in quel periodo sembrava quasi una bestemmia, dando forse per primi l’impulso al revival di certe sonorità anni ’80. Dove finiva l’immagine e iniziava la musica era dura da stabilirsi, ma sostanza ed esteriorità non erano in antitesi.
In verità, l’opera-manifesto del quartetto non fu quella d’esordio, bagnata più da riflussi grunge e finanche psichedelici (oltre che echeggianti il mondo prog, quantomeno per la copertina in stile King Crimson), quanto la seconda, intitolata Metallo Non Metallo, ma non in senso musicale con riferimento al genere dei Black Sabbath quanto in senso scientifico: il disco del 1997 si configurerà infatti come il capitolo centrale della cosiddetta trilogia chimica inaugurata con Acidi e Basi (1995) e completata dal terzo e ultimo lavoro della band, Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85. Fu dal sophomore che l’elettronica divenne preponderante nel sound di una band che comunque non aveva mai fatto mistero di essere attratta dalla “sinteticità” in ambito sonoro (per dire, Complicità – da Acidi e Basi – era la cover italiana di Here Is The House dei Depeche Mode). Non solo. Da Metallo Non Metallo il concetto di videoclip (i singoli Fuori Dal Tempo, Cieli Neri e Altre F.D.V. ne ebbero di bellissimi) forse per la prima volta in Italia fu elevato a un rango così nobile.
Morgan e soci modellarono un linguaggio astruso e stravagante ma proprio per questo seducente, muovendo da reminiscenze bowie-ane invocanti il verbo synth devoto al pantheon kraftwerkiano con agganci che andavano dai Roxy Music ai mitici Japan di David Sylvian agli Ultravox, fino agli Spandau Ballet e i Duran Duran, passando oltre che per gli ovvi e succitati Depeche Mode, per gli assurdi raid teatrali dei Virgin Prunes, il registro colto di Battiato e l’irresistibile afflato arty/accademico dei Talking Heads (per tacere di altre ispirazioni, anche estranee alla new-wave, insospettabili come i Red Hot Chili Peppers, specie per il basso di Morgan spesso “slappato” à la Flea). Le chitarre non furono messe da parte, ma piegate allo strapotere di un’ispirazione troppo ampia per essere incaprettata tra le maglie di una sei-corde. Nell’era della sottrazione, i Bluvertigo erano il trionfo del “di più”: in Metallo non Metallo c’erano sax, tastiere, sintetizzatori, violino, flauto, bouzuki (strumenti, questi ultimi tre, suonati dall’ex PFM Mauro Pagani ospite in una manciata di brani al pari di Alice, presente come voce in Troppe Emozioni), oltre a chitarre aggiuntive, altri tipi di archi, campionatori, percussioni eseguite con la bocca (!) e perfino trilli di telefono.
E sì che l’overture (se si eccettua la breve Intro) Il Mio Mal Di Testa riesumava contorsionismi noise/lo-fi a riprendere apparentemente il filo interrotto con Acidi e Basi; eppure era proprio lei a profondere l’alito vitale al germe “digitale” che avrebbe infestato il prosieguo dell’opera, con quella voce filtrata e sorniona in odore degli U2 più industriali. Infatti, non poteva che essere l’immaginario berlinese una delle principali pietre angolari dell’impalcato sonoro, e Bowie/Eno/Fripp i convitati di pietra nei mitici studi Metropolis di Milano dove il disco fu registrato. Metropolis del resto era un film di fantascienza e lo space rock di Fuori Dal Tempo un’odissea partorita da intelligenze artificiali inesorabili come quelle di Kubrick che spedivano il malcapitato astronauta alla deriva nel cosmo. Solo che qui, oltre che fuori dallo spazio, si finiva appunto ai confini della quarta dimensione, sparati verso Mondi Lontanissimi ma anche inghiottiti in cortocircuiti temporali dove i Pulp incontravano la sincrasi tra i padri putativi Queen e Kiss su sottofondo condito da stacchi orchestrali da chanson: in pratica, in un solo brano era racchiusa l’intera discografia dei Baustelle.
Impossibile condensare in poche battute un universo di riferimenti troppo grande per stare su un disco di un’ora e dieci. I Bluvertigo tracimavano estro, cultura e urgenza espressiva, e non sarebbero bastate tutte e sette le arti per racchiuderne il genio. Una sorpresa continua, un videogioco platform concepito dalla mente allucinata del nerd più fulminato, una mappa stellare volutamente mendace che schiudeva i portali di mondi inzeppati di incazzosi funghetti narcotici. Nella vorticosa serie di tornanti a gomito di Metallo Non Metallo si veniva sballottati tra le sonorità 70s di una Oggi Hai Parlato Troppo, le reminiscenze funk di (le arti dei) Miscugli e i planetari astronomici goticamente martingore-iani della conclusiva Troppe Emozioni. Il tema dello spazio peraltro tornava nel terzo estratto Altre F.D.V., vera e propria summa della poetica morganiana, tra morale laica e scientismo a cui faceva da contraltare il romanticismo notturno e disperato dei DM più incupiti.
Non potevi non starli a sentire, i Bluvertigo; non potevi non smettere di fare qualsiasi cosa stessi facendo nel momento in cui partivano gli sproloqui ai limiti dell’irritante dell’indolente Morgan sostenuti da una macchina sonora praticamente perfetta e alimentata a cattedratico art-rock. Per un breve periodo, negli anni più a ridosso del cambio di millennio, i Bluvertigo diventeranno la più grande band italiana prima del “congelamento” proclamato dopo la partecipazione a Sanremo del 2001, di fatto il canto del cigno di una parabola esauritasi troppo presto. Un vero spreco, perché poi l’ibernazione del gruppo non avrà nemmeno l’effetto di liberare il talento cantautorale di un frontman la cui produzione solista si esaurirà dopo appena tre dischi e di fatto è ferma a quindici anni fa: quella che Morgan ci presenta oggi è più la rappresentazione di un artista.
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