Recensioni

Per una volta partiamo dalla fine. Dopo due ore di set (e non suonavano insieme da sei anni!), i sudatissimi Bluvertigo stanno eseguendo il loro ultimo brano al Velvet di Rimini: Iodio, dal loro primo album Acidi e basi. Il pezzo è molto famoso, è grosso, “chitarroso”, quasi nu-metal. Il pubblico è in delirio. Ad un tratto salta tutto. Cortocircuito generale, non si sente più niente se non l’incedere aggressivo della batteria. Non si vede più niente, se non le indicazioni per le uscite di sicurezza. Tutto è saltato, compresa la speranza che il live, dopo diciassette brani, possa continuare. Tutto è saltato, in un cortocircuito emozionale che, solo per una sera, ci ha fatto dimenticare quel personaggio un po’ caricaturale che è diventato Marco Castoldi, consegnandoci un live fresco, divertente e soprattutto suonato da dio. Tutto è saltato, anche il travestimento di un Castoldi-Morgan che ci ha illuso di saper essere moderatamente discreto, di non vampirizzare i palcoscenici, di saper essere, semplicemente, un musicista che “spacca” e non l’enfant (non plus) prodige alla mercé dei mercati televisivi. Tutto è saltato, come succede solo ai grandi gruppi.

L’occasione della reunion è il ricordo, in occasione del suo compleanno, di Thomas Balsamini, Dj e co-fondatore della discoteca più popolare della riviera, scomparso quasi un anno fa. I Bluvertigo lo sanno e non smettono di citarlo fra un pezzo e l’altro. Ma quello che conta è che l’atmosfera è veramente quella degli eventi speciali. Sul palco e sotto. Assieme ai quattro, infatti, si riprende il posto che merita anche Marco Pancaldi, storico primo e sfortunato chitarrista della band; menzione speciale anche a Daniele Megahertz Dupuis (leader dei Versus, giusto per rendergli tributo), da qualche anno a questa parte spalleggiatore (e strumentista) di Morgan solista, ma soprattutto factotum del cantautore di Monza (è lui a farsi le corse dal camerino per provigionare al pirata sigarette e cocktail nuovi ad ogni canzone).

bluvertigo

C’è, come allora, la doppia anima sul palco. Quella scomodamente rock (nel sound, nel look e nello spirito) di Morgan, che, solita marsina sul torso, coda di volpe attaccata ai jeans, passa da un basso a un altro, sfiora sintetizzatori e pianoforti, cambia tre volte l’abito e, alla fine, appiccicoso e viscido, riesce pure a farsi prendere nei suoi goffi tentativi di stage diving. Che dire? I Bluvertigo sono anche questo, prendere o lasciare. Al di fuori della cultura (trash) televisiva, che, ça va sans dire, ha giocato un brutto scherzo a Castoldi. E poi c’è Andy, raggio di luce in fondo a questo tunnel di scomodità. Lui, che da sempre ha incarnato la parte pop fluorescente, l’anima scherzosa e radiosa della band, non è passato da Rai 2 e SkyUno negli ultimi anni. È passato dai vernissage delle sue mostre pop art, da djset scuciti qua e là, da un gruppo chiamato Fluon che, promette, farà parlare di sé. È Andy che tiene in piedi la baracca nelle due ore (lui e il maestro Carnevale, of course), con una rara lucidità musicale e umana. Coperto dalla montagna di synth e tastiere alate, con addosso una strana tuta fatta di stamp con labbra disegnate, il Fumagalli si fa sentire in vocoder, nei campionamenti, nei lunghi assoli di sax o nelle code dei brani elettronici, che sono la cosa più bella dei Bluvertigo.

Lo show è una festa per tutti. La sensazione è quella di assistere a una session in sala prove, con le basi ritmiche che vengono azzeccate per caso, con una scaletta breve ma intensa, con la consapevolezza e l’amarezza di aver davanti un gruppo pieno di “se…”, che, se avesse seguito altre vie, avrebbe fatto la Storia e non il mito. Dopo Il Nucleo, Sono=Sono riscalda gli animi in festa di un pubblico, a dire il vero, meno teen di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Nemmeno quando – dopo l’ennesimo cambio d’abito – Morgan rimane a petto scoperto, le orde di ragazzine ululanti si scagliano contro di lui. A guardare la scaletta, Metallo non metallo (vincitore di un EMA nel 1997) sembra l’album a cui la band è più legata: oltre all’apertura, anche Il mio malditesta, Fuori dal tempo, Vertigo Blu, Cieli neri, Altre forme di vita, Ideaplatonica e Troppe emozioni entrano in una setlist che, a dire il vero, regala i suoi momenti migliori in Zero, Sovrappensiero e L’assenzio, quando l’ardito tessuto di sintetizzatori di Andy, collide (almeno per una volta) con un Morgan ispirato e intonato. Già, perché Morgan è un grande leader (con tutti i difetti che una personalità eccessivamente egocentrica porta dentro una band), ma il suo percorso artistico lo ha portato ad assumere un comportamento di menefreghismo totale, per il quale a volte lo si può amare, ma, molto più spesso, odiare. I testi, manco a dirlo, è un miracolo che se li ricordi; beccare il primo verso in tonalità, non ne parliamo. Come un bimbo che ha più voglia di far casino coi giocattoli che ordinarli.

Alla fine sembra che i Bluvertigo manchino anche a loro stessi, oltre che al pubblico. Morgan fa fatica a lasciare il palco, Andy, Livio e Sergio (che pure hanno dovuto sopportare momenti in cui il compagno lasciava il palco per minuti interi… a far cosa poi…) appaiono sorridenti e felici. E un po’ malinconici. O almeno questa è la sensazione che abbiamo avuto. Quante cose potevano andare diversamente se: se Morgan, se la droga, se la Rai, se Sky, se le storie d’amore, se Asia, se Anna-Lou, se i figli, se Lars Von Trier, se i Duran Duran, se Battiato, se i Subsonica, se X-Factor, se Massimo Ranieri, se Marco Mengoni, se De Andrè e tutti i cantautori, se, quella sera a Lucca, d’apertura a David Bowie, avesse preso una piega diversa, se… beh questa non sarebbe stata una reunion, ma la data di un tour di successo della band più originale e interessante del synth pop italiano. 

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