Recensioni

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Prima cosa: Blondie is a band. O sicuramente lo era alla fine del 1976, quando esordì su album e Debbie Harry non aveva ancora assorbito su di sé – involontariamente, perché se c’è una che ha sempre giocato per la squadra è lei, algido e imbronciato sex symbol ma anche maschiaccia tra i maschiacci – il platinato nome del gruppo. Fosse stato riferito solo alla cantante sarebbe stato la più classica, e crassa, banalità da showbiz. Così invece era la denominazione pop perfetta, per una band che del pop inteso quasi come idea platonica è stata sinossi, metafora, parodia, fantasia iperrealistica. Più che mai in questo primo album, quello che convenzionalmente viene invece associato all’estrazione punk di Debbie, compagno (Chris Stein) e amici (Jimmy Destri, Clem Burke, Gary Valentine). Un retaggio che nei fatti era più esistenziale che strettamente musicale, e in fondo si limitava al far comunella davanti e dentro il CBGB’S con i vari Ramones, Television, Dead Boys e compagnia.

A tal proposito, c’è una storia fantastica sui Blondie dei primi tempi. Uno degli azionisti della Private Stock, l’etichetta indipendente per cui uscì il primo singolo X-offender e qualche mese dopo l’album omonimo (successivamente rimesso in circolo dalla Chrysalis), era nientemeno che Frankie Valli. Il quale andò a sincerarsi personalmente riguardo chi si erano messi in casa andando a vederli suonare al CBGB’S, con tanto di limousine parcheggiata davanti al locale e lui che in pelliccia scavalca qualche punk in stato comatoso sui marciapiedi della Bowery. L’impressione deve essere stata positiva, ma fa sorridere pensare al frontman dei Four Seasons in quel contesto. Eppure chi, se non una divinità del pop anni ’60, poteva dare il suo imprimatur a un gruppo che da quell’immaginario Sixties tipicamente newyorchese – doo woop, girl groups, Brill Building, Phil Spector, insomma quel beato mondo lì – pescava a piene mani? Così come risultava inappuntabile, in qualità di primo produttore e pigmalione, uno come Richard Gottehrer, co-fondatore della Sire che nei ’60 aveva scritto classici come Sorrow, My Boyfriend’s Back e (quando era negli Strangeloves) quella I Want Candy che finirà addirittura su Nuggets. Lo zio ideale.

Il suono dei Blondie al debutto è quello di una band perfettamente formata, consapevole delle proprie influenze, che sa quello che vuol dire e come lo vuol dire. Harry e Stein, del resto, si erano già smazzati un bel po’ di gavetta nel sottobosco newyorchese con gli/le Stilettoes, e la cantante (classe 1945) aveva addirittura esordito in pieno 1968 con un impresentabile gruppo hippy chiamato Wind in the Willows, cosa per la quale provava imbarazzo ancora a distanza di decenni (posso confermare avendola intervistata alla fine degli anni ’90: per nessuna buona ragione citai quella sua esperienza giovanile e ricordo ancora l’espressione di assoluto disgusto che mi rivolse). Burke e Valentine sono decisamente più giovani, ma a innescare la miccia è proprio lo sfasamento tra l’energia rock’n’roll post-adolescenziale della sezione ritmica e la smagata visione ultra-pop della coppia di leader, che in realtà avrebbero voluto far parte della cerchia di Andy Warhol più che essere associati a quella di Patti Smith (con la quale Harry aveva un rapporto di cordiale repulsione, del tutto ricambiato).

In questo senso, il brano che apre le danze – nel disco e nella storia dei Blondie, essendo uscito come primo singolo – è paradigmatico. X-Offender avrebbe dovuto chiamarsi Sex-Offender, ma Frankie Valli o chi per lui evidentemente non era d’accordo. Ah, la pruderie delle case discografiche. Il pezzo è scritto a quattro mani da Debbie e Valentine, e l’ispirazione deriva proprio dalle vicissitudini legali del bassista. Il quale, diciottenne, aveva messo incinta la fidanzata diciassettenne, venendo per questo denunciato dalla madre di lei come, appunto, un “sex-offender”. Tra un ragazzo innamorato (e incauto) e uno stupratore c’è una certa differenza, ma la Harry tanto per complicare ulteriormente la questione racconta nel testo la storia di una prostituta che si innamora del poliziotto che la arresta. Probabile che oggi una canzone che parla di argomenti del genere (una strofa a caso: “I think all the time how I’m going to perpetrate love with you/ and when I get out there’s no doubt I’ll be a sex offensive with you”) e con un titolo come quello, incongruamente ma genialmente danzereccia e spensierata, risulti problematica alle orecchie di molti. Altri tempi. Il pezzo inizia con uno spoken word che richiama le Shangri-La’s di Leader of the Pack o altre teen tragedy songs di quindici anni prima, poi parte in quarta con un appiccicosissimo giro di Farfisa, una batteria da camera d’eco spectoriana e il cantato da finta ingenua di Debbie. Boom boom boom: irresistibile, oggi come nel ‘76.

Eppure furono proprio dichiarazioni di intenti, e di appartenenza a una certa tradizione pop, come questa a far storcere il naso al Direttorio Punk cittadino dell’epoca, che bollò i Blondie come il più classico dei novelty act. La sempre diplomatica Patti, tra una citazione di Rimbaud e l’altra, apostrofò così il gruppo una sera, sempre al solito CBGB’S: “non c’entrate niente con il rock’n’roll, levatevi dal cazzo”. Beh, si sbagliava. Con il rock’n’roll i Blondie c’entravano moltissimo, invece. Nel senso primigenio e incontaminato del termine, quando indicava ancora la colonna sonora delle fantasie teen e non l’improbabile strumento di rivoluzione di cui ancora a metà anni ’70 si vagheggiava. C’erano sicuramente della nostalgia e un certo gusto citazionista (A Shark in Jets Clothing cita esplicitamente le gang contrapposte di West Side Story, la ballatona doo woop In the Flesh – che finì assurdamente in top 3 in Australia – sembra scritta da una veterana del Brill Building come Ellie Greenwich e, guarda un po’, c’è proprio Ellie Greenwich ai cori), ma sfumati da una affettuosa ironia – non ancora post-moderna, grazie a dio – e dalla attrazione per arrangiamenti che nonostante la melodicità di fondo spesso vanno a complicarsi la vita con soluzioni intricate e non lineari.

Basta concentrarsi, per fare un esempio, sul continuo dialogo/scontro di chitarre e tastiere (il citato Farfisa, il Wurlitzer, ma anche un synth da mercato delle pulci) per capire quanto la band possedesse un linguaggio originale, non piattamente retrò e perfettamente in linea con lo spirito dei tempi. Usiamo il termine giusto: new wave. Prima che la definizione venisse applicata a dei tristoni con cappotti scuri che mugugnano di cimiteri e nausea esistenziale, stava a indicare una nuova visione sguincia e frizzantina che giocava intelligentemente con gli stereotipi pop e r’n’r , riformulandoli per un’epoca molto meno innocente e molto, molto, molto più nervosa. Cioè esattamente quello che facevano i Blondie.

Una canzone come Man Overboard a ben sentire suona più 1980 che 1976, e comunque se fosse apparsa su un album dei primi Talking Heads nessuno avrebbe avuto niente da dire. Così come se Little Girl Lies l’avessero sganciata i B-52’s. Kung Fu Girl è garage 100%, ben prima che si parlasse di garage revival, mentre all’altra estremità dello spettro Attack of the Giants Ants la si può immaginare tranquillamente nel repertorio dei Fania-All Stars, tutta sculettamenti caraibici e ritmi salsa com’è. E che dire della chitarra un po’ morriconiana e un po’ spy story che apre Rifle Range, sospirosa dichiarazione velatamente lesbo, o della tensione carnale e emotiva trattenuta in un marziale, disciplinatissimo incedere jazz-dance della favolosa Look Good in Blue? Detto con educazione: novelty act tua sorella.

Ci si può chiedere se queste canzoni avrebbero avuto lo stesso effetto cantate da chiunque altro (o altra) non sia Debbie Harry. Che domanda: certo che no. Perché Blondie era una band, d’accordo, ma senza la sua personalità e la sua voce che mescolano gattoneria sexy e androginia, ennui e erotismo, disincanto da una che le ha viste tutte e bambinesca innocenza, non sarebbe stata la stessa band. Mi ha sempre stupito quanto poco venga citata quando si ricostruisce la genealogie delle mille e una icone pop femminili degli ultimi quarant’anni, da Madonna in poi. Poco male, forse alla fine anche questo è segnale di originalità artistica, irriducibile alla funzione di modellino da replicare. Certo fa effetto realizzare, ascoltando una canzone straordinariamente vitale e argutamente incazzata come Rip Her to Shreds, quanto la Debbie Harry del ’76 risulti attuale anche quasi mezzo secolo dopo nel suo mettere alla berlina misoginia e maschilismo.

No, mi correggo subito: le intenzioni sono attuali, la metodologia per niente. L’approccio ironico e obliquo – nel testo Debbie assume il punto di vista sessista di un giornalista che prende di mira una modella criticandone lo stile, ovvero mansplaining al massimo livello – non avrebbe nessuna chance in quest’epoca nella quale l’umorismo si è estinto e si prende tutto nel suo significato letterale. Epoca nella quale, peraltro, di esordi discografici con la freschezza, l’inventiva travestita da semplicità e l’immediatezza pop di Blondie ne escono pochissimi.

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