Recensioni

7.2

Hanno sempre dichiarato il loro amore per Manuel Gottsching e naturalmente si riferivano soprattutto a E2-E4, all’album considerato dagli stessi originator dell’house come un illustre precursore (sentire per credere) nonché IL disco idolatrato trasversalmente da tutta la scena e, tra gli altri, dall’accoppiata Carl Craig (uno che sotto l’alias Psyche, con un brano come Elements, la miccia tutta brit dell’IDM l’ha praticamente accesa) e i mai troppo osannati (e ascoltati vien da pensare) Basic Channel (che remissarono Remake, che era a sua volta proprio una rilettura del famoso album del tedesco).

Fin dall’EP Touched il campo esplorativo dei Nostri ha avuto molto a che fare sia con la cosmica psych tedesca e il suo lato più trance/dance/etereo e romantico (e di lì tutto un corollario di cascami analogici e fraseggi, riverberi e circuiti che friggono, retrogusti esotici di percussioni), sia con tutta un’epopea d’utopie di primissima house e techno tra USA e un poco di UK. Così come un angolato gioco di sponda – ed era una conseguenza – regalava il lasciapassare del caso: quella post-glo che altro non era se non una balearica di ritorno (che dai fine Duemila porterà a Talabot e oltre) e, dunque, la più facile delle chiavi di lettura del debutto ufficiale Blondes, un disco imbalsamato nel corpo di una ambient deep “idmmata” che non rendeva pienamente giustizia all’omaggio craig-gottschinghiano né al bel trasporto che questo tipo di synthdelia è sempre stato in grado di trasmettere (se suonato con la dovuta ossessione).

Il disco, poi, non solo di house e stili connessi era fatto (leggi italo, deep, garage, acid): alcuni laminati sintetici potevano tirare in ballo il solito loopismo à la The Field e quindi discorsi tech- e, dietro a quelli, studiati echi Ernestus e Oswald (il Basic Channel in b side), anche se il successo del progetto risiedeva nel matrimonio della sintetica con l’anima. Una psichedelia vissuta come estatico e albeggiante rilascio di MDMA. E non stupisce certo che quest’anno esca una risposta garage firmata da James Holden con The Inheritors. E che Sam Haar e Zach Steinman, in perfetta aderenza ai tempi (vedi anche il disco della label mate Stellar OM Source o il più hypato Jon Hopkins ma anche se vogliamo il nuovo Fuck Buttons) declinino il viaggio su un sentire techno nel nuovo Swisher.

Il disco, già disponibile in streaming da giugno ma soltanto acquistabile in vinile da agosto, presenta richiami dub techno (e anche electro, kraut) molto più espliciti ma sa anche telegrafare messaggi tra Berlino e Detroit, innescare rush anthemici à la Richie Hawtin / Plastikman (quello Motor City resident chiramente) o slanci tech-acid o di genuina passione tra Juan Atkins e Craig in sognante autobahn prog house per Düsseldorf. Eppure niente facile trance qui, questo è un viaggio di coerenza psych. Swisher è lo specchio dark del debutto.

In coppia con The Inheritors e Immunity (di sicuro una doppietta più autoriale e d’impatto), l’album, cerca una convergenza tra iniziati e praticanti di una techno soul fatta di devozione e trasporto. Il vinile è la chiave ma, anche in digitale, freschezza e gusto elettronico sono garantiti.

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