Recensioni

6.8

Seta e poliestere, dream e pop, dolcezza e melanconia. Sembrano essere questi i punti che il secondo album dei Blonde Tongues interseca lungo i quattordici brani che lo compongono. Gli australiani prendono il sound onirico di Wild NothingMac DeMarco e lo impacchettano in un pop che ha radici ben salde nella psichedelia romantica dei Beatles (Goodbye To My Darlings). Qui e lì qualche sprazzo folk (Adorable Petite Fille) e rimandi ai conterranei Tame Impala (Dreamt of Beige Rainbows) impreziosiscono un disco compatto e con pochi episodi trascurabili (l’abbozzo Kissing You o l’iniziale Repetition Is Gold).

Safe Like Silk In Polyester Sheets è una carezza malinconica, una pacca sulla spalla che ti infonde speranze per il futuro. L’aria distesa di She Wanted A Star, l’andamento di (A Song For) Paula E. Sheppard e l’intimità di Janes Walks The Universe, con un inaspettato organo in primo piano, mostrano le varie sfumature sentimentali che il quartetto di Brisbane riesce a tradurre in suono con una delicatezza e un’emotività degna dei Pains of Being Pure at Heart.

Sì, ormai il dream-pop è un campo saturo, un bacino dal quale un numero notevole di gruppi negli ultimi anni ha pescato a piene mani. Ma c’è chi riesce a mescolarlo con buoni brani e melodie pop, personalizzandolo al meglio, e i Blonde Tongues fanno parte di questa categoria. In An Airport Called HeavenDon’t Make A Sound sono lì a dimostrarci che i ragazzi meritano attenzione: immergersi nel fiume di sensazioni che il quartetto di Brisbane ci propone non sarà certamente una rivelazione, ma nemmeno un’esperienza irrilevante.

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