Recensioni

4.5

Giunge quindi all’ottavo album la band di Portland, ormai una realtà consolidata – almeno dai fasti di Wild Mountain Nation e Furr – di quello che un tempo definivamo senza indugio alternative country e che oggi, tra sdoganamenti incrociati, sviluppi  generali ed evoluzioni individuali, è sempre più una declinazione vagamente roots del mainstream alternativo. Da questo punto di vista i Blitzen Trapper, lungi dal raccogliere l’eredità dei Jayhawks o dei concittadini Richmond Fontaine, si candidano al ruolo di campioncini del moderno AOR col tesserino del club Americana, o almeno è quello che sembra di capire fin dalla prima traccia – la title track – di questo All Across This Land: southern rock à la Black Crowes che incalza power pop tra riff arguti e ooh-ooohh stoniani, col bridge malinconico a fare da guarnizione come il ciuffetto di radicchio accanto al risotto.

Il menù a questo punto segue a ruota: le portate successive svariano tra ruggiti patinati John Mellencamp (Cadillac Road, Lonesome Angel) e urgenza festosa Tom Petty (Rock and Roll Was Made For You), ricorrendo talora ad un impeto indolenzito che guarda allo Springsteen losangelino (Nights Were Made For Love) e tentando en passant di scavare un solco dolciastro tra radici terrigne e radiofonia anni 80. Il problema è che questi cinque ormai ex ragazzi non riescono a fare il passo oltre la consuetudine, sono un monumento alla scontatezza melodica e sonora. Sul serio: ogni canzone è eccitante come un album di figurine già completato. Quanto alla voce di Earley, tira dritto senza un’ombra né un’increspatura.

A dire il vero i Nostri provano anche ad azzardare qualcosina, ma è pure peggio: vedi gli archi da chamber pop sulla fibra country folk di Let The Cards Fall, in pratica una crostata di mele ricoperta di glassa colorata. La loro forza esce con l’ultima traccia, ed è assieme anche il loro limite: Across the River è una ballatina acustica col giusto grado di schiettezza, una di quelle che ti fa intravedere la polvere davanti al front porch, terreno sul quale i musicisti si muovono con perizia pur senza eccellere. Si limitassero a questo, la loro sarebbe una bravura apprezzabile anche se, tutto sommato, anonima. E questo è quanto.

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