Recensioni

L’apparizione dei Black Ox Orkestar nel catalogo Constellation è stata un sintomo evidente del trend che ha progressivamente investito la label canadese, sempre meno disposta a lasciarsi catalogare sotto un’indefinita categoria “post rock” e sempre più propensa ad ancorarsi alla tradizione folk, rileggendola con lo sguardo drammatico della band madre, i Godspeed You Black Emperor!.
Fa parte di questi ultimi e dei Silver Mt. Zion, il contrabbasista Theirry Amar e suona nei Silver Mt. Zion anche la violinista Jessica Moss, mentre Gabriel Levine fa già parte dei Sackville. Pur trattandosi, quindi, di parentele forti con le band principali della scena, i Black Ox Orkestar sono d’altronde immediatamente identificabili per la musica che fanno, che altro non è che musica klezmer. Il progetto è chiaro e programmatico fin dall’inizio, trasportare in epoca moderna l’attitudine della musica ebrea, che i quattro conoscono approfonditamente grazie all’ascolto di un numero indeterminato di registrazioni d’epoca. Alla prova dei fatti i Black Ox Orkestar fanno riferimento anche alla tradizione balcanica, dell’est Europa e inserendo anche elementi di musica araba, cercano di non fare un’operazione di semplice modernariato musicale, ma di suonare moderni seppure ancorati a tradizioni classiche.
E Nisht Azoy, secondo disco dopo Ver Tanzt? del 2003, risponde in pieno a questa richiesta, infilando in scaletta una serie di brani compositi ma omogenei, dove il canzoniere ebreaico viene rinnovato dalla creatività strumentale dei quattro musicisti. Gli otto brani del disco sono arrangiamenti inediti di traditionals ebrei, slavi, rumeni e complice anche il canto yiddish si muovono sospesi tra antico e moderno, sempre mantenendo un’atmosfera mesta e contrita, anche quando la musica si fa più movimentata. Come nel finale di Violin Duet, che dopo una riflessiva frase di violino viene presa da uno scalpitio di mani a contrappuntare un movimentato assolo, o come nella marcetta balcanica di Ratsekr Grec.
La vivace e arcaica Dobriden ha parte della magia medioorientale di Basya Schechter, mentre gli umori blu del popolo ebraico emergono in tutta la loro malinconia nelle sofferte Az Vey Dem Tatn, trafitta da un’irresistibile dialogo tra mandolino e chitarre acustiche, Ikh Ken Tsvey Zayn che chiude il suo lamento musicale con passo funebre e nella conclusiva Golem unico brano interamente scritto dalla band.
In definitava un disco all’altezza della Radical Jewish Culture Series della Tzadik, di cui i quattro fanno sicuramente tesoro. Nisht Azoy è per il momento soltanto un bel disco da catalogo, ma ogni volta che si unisce ricerca e piacere all’ascolto è sempre bene segnare.
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