Recensioni

6.6

All’ombra dei nomi più chiacchierati usciti dalla golden-age di Captured Tracks (DIIV, Mac DeMarco e Wild Nothing), nel 2012 esordivano su Hardly Art i Black Marble, anch’essi esponenti della celebrata scena di Brooklyn benché innamorati più dei synth che delle chitarre. L’album era A Different Arrangement ed era un buon bignami del post-punk più sghembo e plumbeo di trent’anni prima, aggiornato ai contesti hip dei primi anni Dieci. Nulla di particolarmente originale o di particolarmente significativo, ma un riuscito lavoro di funzionale mood music per un ascolto sì cupo, ma non opprimente. Le stesse considerazioni sono espandibili per It’s Immaterial, seconda fatica del progetto di Chris Stewart e prima release su Ghostly International. L’abbandono dell’altra metà dei duo (Ty Kube) e il grande richiamo della West Coast (Stewart si è trasferito da New York a Los Angeles) hanno prolungato e complicato la gestazione dell’album ma non hanno scalfito il nucleo di una proposta sonora con punti di riferimento precisi e circoscritti. Scritta in seguito ad un ricovero per polmonite e costruita attorno ad una linea di basso figlia tanto di Peter Hook quanto di Simon Gallup, Iron Lung è la traccia che più di tutte contiene linee melodiche strumentali e vocali che riescono a farsi apprezzare nell’immediato, un po’ come se i Motorama suonassero avvolti in una morbida pellicola in grado di smussare ogni tipo di asperità.

Situazioni da onirico club dark-dancey in It’s Conditional, brano che unisce l’hypna-synth a bassa fedeltà di John Maus a ricordi d’infanzia pop. Ritmi uptempo post New Order anche nell’ottima Woods, raggelati però da stratificazioni lo-fi che rendono il tutto ovattato, avvolgente e al contempo distante come l’impalpabile materia dei sogni. Proprio questa “immaterialità” plasmata sul contrasto tra dinamiche frizzanti (Frisk) e sonorità dilatate è uno dei punti di forza dell’operato di Stewart (Collene), il cui timbro in più di un’occasione può ricordare quello di Ian Curtis inumidito da riverberi ed effetti vari, fino a lambire catarsi a cavallo tra coldwave ed un minimalismo cosmico senza tempo. Le chitarre, quando si palesano (Missing Sibiling), entrano in scena con un certo romanticismo perduto figlio di nostalgie 80s sempre presenti ma mai invadenti («You’re the owner of a lonely heart» in Self Guided Tours).

Interamente scritto, registrato e missato dallo stesso Stewart, It’s Immaterial è un disco che sembra realizzato su misura per chi stravede per il synthpop più oscuro, per gli approcci fieramente lo-fi/DIY, per l’indie pop dal taglio revivalista e in generale per chi subisce il fascino emozionale del pop ipnagogico. Costoro lo apprezzeranno e probabilmente lo ameranno incondizionatamente. Per tutti gli altri potrebbe essere uno di quegli ascolti che – per quanto consigliati – tendono a non lasciare molte tracce.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette