Recensioni

C’è poco da fare. Ogni disco della combriccola dal cuore nero è un tuffo al cuore. Dopo due estemporanee escursioni in titoli letterari si ritorna alla numerazione progressiva che caratterizzava la prima tripletta di dischi e, sia chiaro da subito, l’album numero 6 non sposta di molto la sostanza di una musica appassionata e malinconica, oscura e tesa, irrimediabilmente riconoscibile all’istante.
La cifra stilistica del quintetto capitanato dagli ex Three Mile Pilot (curiosamente in uscita a breve anch’essi per Temporary Residence) Pall Jenkins e Tobias Nathaniel è sempre sul crinale di un rock molto virato al nero, dal mood claudicante e darkish, poetico e sognante. Six però si spinge un po’ più in là, accentuando una delle peculiarità del combo, quella emozionale, senza però perdere in vibrante tensione.
Punta al cuore, Six, e colpisce il bersaglio. Con languide ballate a tinte noir alternate a pop-songs da vaudeville, sghembe e al limite dell’ubriachezza, tanto che quando suonano pezzi come Forget My Heart viene in mente una versione dark e rattrappita degli Arcade Fire. Il paragone è gratuito, ovviamente, perché l’universo BHP è molto più vasto e non è difficile scorgere dietro le strutture da cabaret esistenzialista rimandi neanche troppo sfocati, ora ad un’idea di folk orchestrato piuttosto doom (Liars Ink), ora ad una forma di slowcore dark (Last Dance), ora ad un catacombale indie-rock (Heaven And Hell).
Il tutto sempre impreziosito da un lirismo di livello superiore, comme d’habitude, tanto che un capitolo a parte lo meriterebbe quel catalizzatore dell’attenzione che è Jenkins. Insomma, passa il tempo, ma non sembra affatto scalfire i BHP, entrati ormai di diritto nell’olimpo dei classici.
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