Recensioni

Gli anni ’10 del nuovo millennio saranno ricordati (forse) per una spiccata ossessione retromaniaca riversatasi in modo uniforme sul terreno fertile delle nuove produzioni artistiche. Basti pensare ai recenti successi di serie tv quali Glow e Stranger Things, con citazioni e ammiccamenti vari a quell’humus propriamente eighties che hanno riacceso piccole fiammelle sopite nel cuore dei nostalgici. A proposito di nostalgia, l’anno in corso ne ha restituita a pacchi riportando a galla progetti deragliati più di vent’anni fa (si legga alla voce Ride), o alimentando nuovi input per vecchie glorie come The Jesus and Mary Chain e Slowdive.
A questo party, a cui basta poco per trasformarsi in quelle rimpatriate tra ex compagni di scuola delle elementari, partecipano anche i Black Grape, eclettico ensemble guidato da quel Shaun Ryder che agli inizi del 1980 si fece portavoce – con il collettivo Happy Mondays – della scena baggy di Manchester fondendo elementi funk, psych e alt-dance (rispolverare Pills ‘n’ Thrills and Bellyaches per credere). Lo ritroviamo in questo inaspettato revival accompagnato da Kermit (già in formazione Black Grape nei primi anni ’90) e da Youth in veste di produttore. Il risultato è Pop Voodoo, un disco spiazzante che arriva a distanza di vent’anni anni dall’ultima prova della band, Stupid Stupid Stupid, che ne sancì anche il definitivo scioglimento. Un percorso intricato il loro, segnato dal successo dell’esordio It’s Great When You’re Straight… Yeah, apprezzato soprattutto in Inghilterra dove balzò meritatamente ai primi posti della UK Album Charts per ben due settimane. I Black Grape erano capitati al posto giusto nel momento giusto e la loro musica sapeva incunearsi perfettamente in filoni alternativi – un po’ come gli stessi Stone Roses – raccontando un universo in grado d’essere furioso e godibile allo stesso tempo. Il sogno durò poco e, appena due anni dopo, l’edulcorata formula filo-Kool & The Gang si rivelò avere una presa tanto molle da rendere quasi indolore la fine del sodalizio. Tuttavia il bello di questi party è che magari ci arrivi con aspettative quasi inesistenti e un livello di apatia contagioso, per poi tornare a casa rigenerato e addirittura sorpreso.
Pop Voodoo è un coniglio tirato fuori dal cilindro e c’è poco a cui appellarsi. Già il singolo Everything You Know is Wrong aveva lanciato un messaggio chiaro che, invettiva anti-Trump a parte, lasciava presagire un ritorno a quelle origini bagnate da cavalcate caciarone miste a scudisciate anti-establishment. Aspettative che non sono state deluse da questa nuova prova, paradossalmente la più convincente delle tre, baciata dal fuoco dell’incauta maturità e fedele a un sound costantemente outsider, dove trovano spazio elementi funk (Whiskey, Wine and Hum) di matrice squisitamente Earth Wind & Fire, frequenti linee di basso immerse in una distesa atmosfera lounge (Money Burns), acrobazie sonore che corrono sul filo sottile di beat imbastarditi ora da un banjo, ora da un’armonica (String Theory), e sghembi flussi di strofe made in Gorillaz (I Wanna be Like You). In definitiva, un disco tridimensionale e che raramente dà la sensazione di girare a vuoto: il duo riesce ad evitare filler stilando una scaletta sguaiatamente equilibrata e altamente godibile che mostra – in alcuni passaggi – d’essere in linea con le nuove spinte black.
Per la sua natura spregiudicata e bonariamente sbracata, Pop Voodoo può essere il vostro disco dell’estate. Non ci troverete tormentoni à la Despacito – se ne guardano bene i Nostri – ma una soluzione fattiva alla calura estiva: ampi ancheggiamenti spalmati su un funk da dancefloor.
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