Recensioni

6.5

Perché i Black Eyes siano diventati i beniamini di certa fetta di stampa specializzata nostrana è forse facilmente intuibile: suonano come un classico gruppo dischord (e, in fondo, nient’altro sono) votatosi alla moda del revival ‘funk punk’ imperante.

Il loro secondo lavoro, postumo sembra, in quanto la band si è lasciata di fresco, segue di un annetto buono il debutto omonimo sulla washingtoniana Dischord. Cough fa ben capire cosa sollazzi questi giovanotti della provincia indie americana: accenni dub, passi elaborati e dissacranti armonicamente in comunione d’intenti, inserti free jazz, fanfare fiatistiche.

Al tutto va dosata la solita dovizie di stilemi arcinoti targati Dischord: bassi angolari, contrappunto ritmico-chitarristico fine e deliziosamente catchy (sebbene rude ed espressivo), galoppate armoniche nell’hc evoluto che era tanto funzionale all’indie rock d’un decennio fa circa (ora, inevitabilmente, è un po’ invecchiato) e, purtroppo, carenza cronica di buone canzoni.

Attenzione, la differenza col miglior free-punk d’annata sta tutta qui: là c’erano anche i pezzi, mentre qui latita la forma canzone (tutto è affidato alla ‘sperimentazione armonica’ imbevuta d’inserti free jazz…qualcosa di non tanto nuovo né inedito, quindi).

Ricapitolando: l’intro Cough, Cough – Eternal Life, la fanfara dubbata Scrapes & Scratches (una delle poche vere canzoni del lotto) e Untitled sono, forse, gli episodi che meglio concentrano espressivamente la voglia di sperimentare dei nostri sui casi del dub nell’era post-punk (finendo per sconfinare in territori già esplorati dai Liars nella loro ultima sortita discografica), tutti gli altri, invece, dalle declamazioni free-form stile Rudimentary Peni (False Positive, ne è una riproposizione, per tutto il primo minuto di durata, in chiave free- jazz) al percussivismo di Commencement (poliritmica ed efficacissima), sino all’isteria (il canto so prattutto) di Another Country (zeppa di balbettii dementi e di voci stratificato-fuse alla sezione fiati incalzante) asseconderebbero le ambizioni della band nel porsi come classico di riferimento in questi ultimi anni di riletture del punk-funk più o meno Creative.

Tenuto conto degli sforzi in tal senso, un album più che degno. In assoluto, comunque, niente di nuovo o così sconvolgente.

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