Recensioni

Questo disco ci riserva una sorpresa oserei dire ragionevole. Fabio Parrinello spiazza quanti lo avevano rubricato tra i (molti, forse troppi) succedanei di Nick Drake e col terzo album imprime una svolta decisa alla cifra stilistica, incaricandosi di'irrequietezze blues-rock perturbate wave con escursioni – ebbene sì – quasi industrial. A dire il vero, qualche sintomo potevamo percepirlo già nel precedente Rhaianuledada, ma si limitavano ad increspature sintetiche, ugge ed ebbrezze jazzy, oscillazioni tutto sommato standard in una gamma espressiva che rimaneva sostanzialmente folk, al punto da sfiorare una certa monotonia. Liberi quindi d'interpretare questo Too Many Late Nights come il guizzo per scampare al probabile cul de sac (ecco la ragionevolezza), impresa per la quale Parrinello deve aver sentito il bisogno di un approccio da band, tanto da stringere sodalizio col batterista Alessandro Falzone e con la chitarrista-pianista nonché vocalist Anna Balestrieri.
E bene ha fatto, il varesino naturalizzato palermitano dopo un giro del mondo tra Los Angeles e Londra, perché le dieci tracce (più una) in questione sono un carosello tutto sommato convincente, dove la forma crepita e la sostanza è sanguigna, dal country blues in acido di Dixie Gipsy, Babe (i Gomez posseduti da Nick Cave) al boogie gospel di War Child (Mark Bolan strattonato Lanegan), passando dalle insidie dark di It Turns You On (fervore Depeche Mode imbastardito Virgin Prunes) e dal caracollare languido di Blowin’ Horns In Heaven (mollezza da Lou Reed androide). Se episodi come Land’s End Sanctuary suggeriscono come la vecchia calligrafia sia tutt'altro che abiurata, covando ugge semiacustiche con ebbra leggerezza quasi Joseph Arthur, l'acidità da patibolo di Heather e l'iniziale When I Was Married To You sono il profilo estremo del nuovo wild side, deliri urticanti con tanto di cori da un'altra dimensione/epoca (sorta di allucinazioni fantasmatiche da cuginastro nevrastenico di Moby).
Rispetto ad un Samuel Katarro (futuro King Of The Opera), l'ossessione per la musica del diavolo è filtrata da un raziocinio che poco concede agli effetti collaterali psych, un intento ingegneristicamente canzonettistico che finisce per pagare pegno ad una certa faciloneria, vedi la ballata Crazy To The Bone (quasi un Tom Waits stemperato Bryan Adams) e quella Paper Cuts, Light Green coi cascami Alex Chilton in un contorno didascalico di slide e piano. Sono limiti che non pesano troppo in una logica sostanzialmente pop-rock, e questo in fondo è un buon disco di pop-rock alternativo, che riposiziona Black Eyed Dog tra le entità da cui puoi attenderti un bel po' di cose, non tutte consuete, né prevedibili. Bene così.
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