Recensioni

La distanza tra Reykjavik e Londra è ben più estesa di quella indicata sul mappamondo. Un’altra dimensione spazio/tempo, tutt’altro impasto di senso e sensi, corpi e culture, ritmi e ritmo. Björk vi si era trasferita subito dopo lo scioglimento dei Sugarcubes, alla fine del 1992. Strana storia: la band aveva raggiunto il momento di maggiore visibilità grazie alla “convocazione” degli U2 che li vollero come opening per lo Zoo Tv tour americano (furono concesse loro ben dodici date di fronte a stadi gremiti), ma ormai il senso di capolinea aveva raggiunto la fisionomia dell’inevitabile. Così, una ventisettenne Guðmundsdóttir atterrò nella City dove – in continuità col carattere intraprendente e carismatico dimostrato fino ad allora – non fu colta dal minimo timore reverenziale nei confronti della scena musicale. La relazione con l’influente dj inglese Dominic Thrupp (in arte Goldie) certo l’aiutò a introdursi, ma se le tessere di Debut iniziarono fin da subito a disporsi è evidentemente perché si trattava di un piano covato a lungo, pronto alla messa a terra. Il titolo stesso del disco sembrava dire: “ciò che ho fatto fin qui, è servito per questa prima, vera manifestazione di me”.
Björk entrò in contatto col giro elettronico di Manchester, in particolare con Graham Massey dei 808 State, mettendo a fattor comune la passione per l’avanguardia di Brian Eno e la dance evoluta/nevrotica dei New Order. Quest’ultima componente intendeva mediare costantemente tra fisicità e introspezione, estro liberatorio e scrutare oscuro (non dissimile dal core espressivo del trip-hop), come dimostrò il sodalizio con Nellee Hooper – particolarmente sugli scudi in quel periodo per i lavori realizzati con Soul II Soul, Sinéad O’Connor e Massive Attack – chiamato appunto a produrre l’album. Ma questa attitudine per la club culture (nelle sue varie declinazioni) vedeva come sorta di ideale contrappunto la vocazione per la musica “alta” e “altra”: per Björk le sue canzoni non potevano emergere che come coagulazioni di istanze disparate, come ibridazioni culturali sempre più febbrili, frutti del collasso spaziotemporale conseguente alla fase matura della globalizzazione, ovvero della telecomunicazione che vaporizzava distanze e latenze. In conseguenza di ciò, coinvolse nelle sessioni di incisione l’arpista Corky Hale, il celebre percussionista indiano Talvin Singh e il sassofonista Oliver Lake dei leggendari Art Ensemble Of Chicago, dimostrando con ciò oltre alla nota ampiezza di vedute anche grandi capacità relazionali/manageriali.
Dicevamo del titolo: suggerisce un senso di tabula rasa che viene puntualmente ribadito dall’ascolto, tuttavia è in parte ingannevole. Certamente, per la prima volta Björk poteva fare appieno ciò che sentiva d’essere, e in questo senso si trattò del suo autentico esordio: lo strano art-punk dei Sugarcubes andava consegnato agli archivi come una stagione di semina febbrile ma che col tempo era diventato un recinto per l’estro della frontwoman. Debut quindi segnava una ripartenza, ma non mancavano elementi di continuità. Al netto del fatto che alcuni demo effettivamente risalivano agli anni precedenti, l’islandese si proponeva di far emergere in forma compiuta i tanti e vari segnali disseminati durante le precedenti esperienze, organizzandoli in una prospettiva estetica d’impatto e, soprattutto, aggiornata: fin dall’iniziale Human Behaviour l’amore per il folk, il soul e il jazz (latin tinge, visto il samples da Go Down Dying di Jobim) sono come rappresi in una gelatina electro complessa seppure conciliante, portatrice di un fascino misterioso (quasi hauntologico) ma del tutto votato alla fruizione popular, su cui Björk esala la sinuosa delicatezza e le sfrangiature ferine come già in passato, solo domate ed espanse, in qualche modo orientate verso i ranghi estetici in cui puntavano ad “accadere”. Ma non si limitavano a questo: non produci un disco così se non intendi – a un qualche livello di consapevolezza – cambiare le cose. C’era dietro una volontà ambiziosa e tenacemente performativa: ridefinire le possibilità della musica, ristrutturare la cornice entro cui prendeva vita. Fu ciò che in effetti accadde: Debut cambiò molte cose.
La raffinatezza di Venus As A Boy, soul-jazz tra palpiti digitali e le volute esotiche degli archi (arrangiati da Talvin Singh), l’estasi diafana e retrò di Like Someone In Love (arpa e voce per struggimento cristallino), il downtempo languido di Come To Me (una specie di Night And Day postmoderna), trovano gustoso contraltare nel passo dance sbrigliato e affabile di Big Time Sensuality, nella spinta techno voluttuosa di Violently Happy e nella cassa in quattro sudaticcia di There’s More To Life Than This (con la geniale trovata del canto “a cappella” nel bagno del Milk Bar – come un precipitare nelle coordinate concrete del mondo, di quel mondo – e un corettino che rimanda a Wanna Be Startin’ Somethin’ di Michael Jackson).
Una scaletta eterogenea che la particolare cifra espressiva di Björk unifica col suo manifestarsi implume e selvatico, la voce di una che vive dentro (al presente, alle sue correnti superficiali e profonde) ma resta capace di osservare da fuori, di galleggiare su un mondo che le è estraneo e da cui si sente selvaggiamente attratta, in cui si vuole gettare a costo di ferirsi ma provando a ferire. Quello che sentiamo è insomma una musicista entusiasta ed esitante sul confine tra abbandono e spasmo di fuga, alle prese col guazzabuglio di tradizioni e la brama di trasfigurarle come puro e sensuale atto di volontà, in bilico tra le smanie della carne e l’estasi digitale. Sensazioni contraddittorie che dipingono un affresco metropolitano euforico ma al tempo stesso irrequieto, con la sensibilità e l’angolazione che solo un angelo caduto poteva permettersi.
Quale suggello della scaletta originaria (ruolo che nelle successive edizioni toccherà alla torva magnificenza di Play Dead, pezzo composto per la colonna sonora di Young Americans, film poliziesco diretto dall’inglese David Arnold), The Anchor Song corrisponde a questo identikit alieno, col suo impianto jazz dissanguato, afflato cameristico per ottoni cartilaginosi (non distante da certe diafane concrezioni Talk Talk) e la voce appesa a un rapimento fragile e irrequieto, la voce di chi è sul punto di tuffarsi nel mistero della vita. Un mistero tutto da reinventare.
Tanto dispendio di intelligenza e ispirazione doveva attendersi un significativo riscontro, ma il successo di Debut fu addirittura uno shock: oltre mezzo milione di copie in tre mesi, che dopo altri tre mesi divennero un milione (nel lungo periodo saranno circa tre milioni). I media strinsero immediatamente un feroce assedio attorno a Björk, eletta subito ad autentico fenomeno pop-rock, anche grazie alla franca stranezza delle sue interviste, oltremodo generose e sfrenate rispetto alla media. La consacrazione si consumò nel febbraio del ’94 ai Brit Awards, dove si aggiudicò i riconoscimenti di Miglior Esordiente e Miglior Artista Femminile: la melmosa cover di Satisfaction eseguita assieme all’altro fenomeno femminile del periodo PJ Harvey rappresentò il memorabile climax della serata: tra le due correvano evidenti differenze stilistiche e poetiche, ma quella performance sottolineava quanto fossero mosse da un istinto simile, da una femminilità al tempo stesso lacerante e in grado di coprire i gradi di separazione tra i generi (qualunque senso intendiate con questo termine), sintetizzando linguaggi destinati a divenire riferimenti irrinunciabili per il pop-rock degli anni a venire.
Quanto a Björk, si apprestava a vivere e a farci vivere un’avventura sonora formidabile, a partire da quel Post che due anni più tardi – nel 1995 – avrebbe alzato il livello in direzione di una maturità avventurosa, lucidamente vicina al cuore stesso degli anni Novanta, col loro strano impasto di esaltazione e timore per un futuro che incombeva, di cui potevi scorgere i barbagli all’orizzonte, aurora o crepuscolo che fosse.
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