Recensioni

Da qualche anno ho un problema con Björk, e a quanto pare non sono il solo. La sua parabola artistica sembra avere imboccato da un pezzo l’inevitabile discesa, anche se nel suo caso a venire meno non è il coraggio, la voglia di azzardare, di sperimentare, di essere dove l’ascoltatore ancora non è e forse sarà. No, almeno questo le va riconosciuto: Björk non ha perso il gusto di osare. Il guaio è che sembra farlo da una posizione di eccessivo privilegio. Sembra, cioè, poterselo permettere. Va da sé che se stai sperimentando niente è più imperdonabile che farlo con la rete di sicurezza, col rischio di dare vita a un’avanguardia inerte, tanto più sterilizzata quanto più estetizzata. Nel suo caso, è proprio quello che è accaduto.
Forse l’ultima volta in cui Björk si è, come dire, sporcata davvero le mani è stato con Vespertine, album che per quanto mi riguarda era ancora in grado di procurare emozioni vive, pur contenendo i prodromi di tutto ciò che è venuto dopo. Da Medùlla in avanti cioè – e sono passati la bellezza di diciotto anni – si è consumato un ritiro progressivo nel fortino dorato di una progettualità sempre più, come dire, endogamica, strutturata su premesse e sviluppi che sembra(va)no consumarsi in una specie di cerchio magico, evidentemente oltre il pop ma più elitario che – appunto – avanguardistico. Album dopo album si consolidava la sensazione che il suo linguaggio scorresse molto al di sopra dell’auditorio, altezza attico e oltre, intangibile e tutto sommato indifferente alle sorti di noi quaggiù. Da lì in avanti, la sua musica non ha smesso di suonare ingegnosa e persino genialoide, ma in definitiva sentivi che il mondo avrebbe potuto farne a meno. Era divenuta, ahinoi, accessoria.
Fossora arriva a cinque anni da Utopia, lavoro nel quale Björk faceva pace con la vita dopo il gorgo disperato di Vulnicura, che a sua volta esorcizzava il trauma del divorzio da Matthew Barney. Tutto ciò appare finalmente superato, anche se come ben sappiamo le difficoltà personali hanno lasciato il posto all’incubo collettivo della pandemia, humus nel quale hanno preso vita questi tredici pezzi nuovi.
In ogni caso, non poteva mancare un tema portante, e solo una come lei poteva scegliere di ispirarsi ai funghi, alla loro natura liminare, misteriosa, psichedelica, nutritiva, tossica, simbiotica alla terra anzi, per meglio dire, al terreno. Dal punto di vista degli arrangiamenti pare che inizialmente avrebbe dovuto mettere al centro un sestetto di clarinetti e la voce, in itinere però ha preso il sopravvento una vena più sbrigliata, liberatoria, che ha conferito maggiore enfasi agli elementi sintetici, in particolare a una sezione ritmica dalle sembianze quasi industrial, come a voler suggerire l’attrito tra due dimensioni – il naturale e l’artificiale, l’analogico e il digitale – forse inconciliabili ma costrette a convivere.
Insomma, come sempre capita con l’islandese siamo di fronte a una combinazione peculiare e intrigante di concept e impostazione sonora. E purtroppo la prima metà della scaletta torna a imboccare il solco descritto sopra: un’algida applicazione di schemi e flussi, un concepimento in vitro, uno sfoggio serrato di ordigni dinamici, impasti sensazionali di impeto e astrazione, vampe ventrali in architetture cerebrali, di fronte a cui si arriva persino a provare ammirazione però, ecco, non troppa emozione.
Vale fin da subito per Atopos, una specie di rumba techno (collabora l’indonesiano Kasimyn) che si sforza di indirizzare la scaletta tra il fiabesco e il cibernetico ma ottiene solo di mettere in mostra lo sforzo, sia nel canto (quel recitato che tenta di scavarsi dentro una melodia) che nel contrasto cocciuto di ritmica androide e pennellate di fiati. Vale anche per gli intrecci vocali di Sorrowful Soil, intrisi di solennità spiritual, e per quelli macchinici di Mycelia (il timbro vocale scomposto e ricomposto come un collage di note), così come per la romantica – ma annidata di reticoli ritmici digitali – Ovule.
Fin qui Björk non manca di calare sul tavolo intuizione e competenza, tanto da farti avvertire più di una volta il prurito del genio, ma appare sempre estremamente equilibrata, al sicuro dentro a un esoscheletro barocco che pare scaturito da Midjourney. Ancora una volta non si espone, quindi, ma si esibisce dietro il cristallo di una statura artistica consolidata e inattaccabile, bramosa di non farsi trovare impreparata dal futuro prossimo. Pare insomma preoccuparsi più del proprio avatar pop che di noi umili ascoltatori.
All’incirca a metà scaletta tuttavia qualcosa cambia. Succede in parte con Ancestors (piece trepida che slitta tra il cervellotico/teatrale e un ritornello sufficientemente accorato, ospite il figlio Sindri Eldon) e quindi pienamente con Victimhood, quest’ultima intrisa di tematiche femministe, nella quale l’equilibrio tra istanze avant-pop e techno-industrial sembra incrinarsi e concedere la precedenza a un’espressività meno costruita, meno pura, più perturbata e rabbiosa. Non la definirei una svolta, è giusto una piccola variazione di luce e temperatura, ma è abbastanza per dare la sensazione di un “luogo” diverso, come se dal laboratorio di colpo fossimo atterrati in un boudoir, abitato da spiritelli meno algoritmici, non del tutto pianificati, finalmente impuri e a tratti insidiosi.
Vedi il brio raccolto e bucolico di Allow, con un notevole featuring dell’eterea cantante norvegese Emilie Nicolas, oppure una Freefall che su base cameristica ci fa intravedere la Björk interprete rapita e disposta a oltrepassarsi, o ancora la diversamente disneyana Fungal City (interventi vocali dello statunitense Serpentwithfeet) e una title track quasi ipnotica a forza di arguzie cromatiche e coretti radenti. Chiude il programma la bella anche se un pizzico compiaciuta Her Mother’s House, sorta di lieder lunare cantato assieme alla figlia Ísadóra Bjarkardóttir Barney (dalla voce stupendamente angelica).
È un disco insomma che torna almeno in parte a coinvolgere, che non si limita a inseguire connessioni artisticamente interessanti, stimolanti, originali, ma sembra volere anche andare al cuore di qualcosa che chiede di uscire allo scoperto, vale a dire l’identità come mistero radicato nella terra, nel codice genetico e nella memoria, un “messaggio” insomma che va ricercato scavando (non a caso fossora è il femminile del termine latino fossor, ovvero “colui che scava”), operazione che comporta inevitabilmente fatica e sporcizia. Ecco, mi pare il caso di dire: sia benedetta, la sporcizia.
Rispetto a ciò che Björk ha significato per la musica pop non lo riterrei un disco cruciale, ma nell’ambito della sua discografia penso che lo si possa ritenere un lavoro buono e significativo. Tutto considerato, credo che non potessimo ragionevolmente aspettarci di meglio.
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