Recensioni

It’s About The Size Of A House (che conta 18 minuti) è un inquieto – e greve – sfrigolino di corde di violoncello tenuto per circa sei minuti.Lo stacco è brusco, come lo “Stop” premuto sul registratore.
Segue una litania abbandonata da scuola isolazionista (pre e) post rock. C’è della micro elettronica a sprazzi (sotto forma di consueti fruscii) e qualche nota appesa alla elettrica, una pianola appena accarezzata e nulla più. Facile. Seppur nell’alveo cameristico dell’operazione, il territorio bazzicato dai tre è quello delle derive elettro-acustiche d’inizio Novanta, differentemente però Second Childhood indaga i confini tra certa gotica (nel significato più essenziale e architettonico della parola) e un ambient leggermente horrorifico, una variante – diciamo – attuale (Doom Folk, Type Records) delle ricerche di Mick Harris (Lull) e compagnia assortita.
Pensate ai Black Tape For A Blue Girl – per chi li ricorda – molto rarefatti e soltanto strumentali, ossia piane non troppo dissimili da quelle frequentate dalla Gudnadottir nel progetto Angel, dove è coinvolto pure Ilpo Väisänen (Transmediale, Oral 2006), oppure nell’ultimo Pan Sonic dove la violoncellista compare in un paio di tracce.
È gente preparata questa, ma i difetti non mancano: a fronte di una bella How To Catch The Right Thought – dove l’ambience ecclesiale si fa più compatta, e l’immagine è quella di una chiesa dalle volte protese al cielo, gli spazi spogli e un senso di conforto -, negli iniziali 28 minuti il trio si perde nella ricerca di un climax e altrove non c’è molto oltre il citazionismo cosmic-krauto-tangerine (The Direction Was Foggy Or Cloudy), loop di scorie transistor (I Have Seen Similar Stones) o un classico ambient à la Pan American verso il finale (Arrival). Sei politico.
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