Recensioni

7.2

Quando Franz Schubert ha ascoltato per la prima volta il Quartetto n. 14 (Op. 131) di Ludwig van Beethoven, pare che abbia dichiarato che dopo tanta perfezione non ci sarebbe stato più niente altro da scrivere. Chissà se lo riconoscerebbe dopo il trattamento a cui lo sottopone in questo nuovo disco Biosphere, aka il producer e compositore norvegese Geir Jenssen, che campiona, smonta e rimonta i sette movimenti fino a trasformarli in uno spazio sonoro meditativo. E con una certa spiritualità, seppure più sanguigna e ruspante (sempre a modo suo!) che già aveva emozionato nel 2016 all’altezza di Departed Glories, dove il materiale di partenza era offerto dal folclore slavo orientale.

Quattro anni fa il risultato era una stratificazione densa di droning e brandelli di suono dilatati, deflagrati e incastrati per costruire un’esotismo che trovava nel compendio fotografico del progetto la propria stampella iconografica. Dedicandosi a uno dei quartetti composti verso la fine della vita del grande compositore di Bonn, il processo è simile, con un’alchimia che trasmuta il materiale di partenza senza però del tutto travisarne il senso ciclico. L’occasione per questo nuovo disco è una produzione di danza del 2019, Uncoordinate Dog per Ingun Bjørnsgaard Prosjekt, che esplorava l’ambiguità del rapporto tra esposizione e bellezza. Come per l’opera originale, che prevede l’esecuzione di tutti i movimenti senza pause, anche nella manipolazione di Jenssen c’è un senso monolitico dell’opera, basata soprattutto su una profonda meditazione circolare. Ci si trova, come spesso accade con Jenssen, in un territorio che ricorda spesso i Popol Vuh di Aguirre, ma anche le composizioni di Caterina Barbieri e la circolarità infinita di Morton Feldman.

C’è un senso di assoluto beffardo che pulsa nelle 12 tracce, e che risuona con l’idea di divino che fa capolino in alcune opere dello scrittore Michael Moorcock o con lo Shrike dell’Hyperion di Dan Simmons. È un sentimento prettamente romantico, ma nel senso inteso soprattutto dall’ultimo Beethoven: il bello, lo spirituale e il razionale che cercano di fondersi, e l’ascoltatore ne ha quasi una sensazione fisica di schiacciamento e sopraffazione.

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